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Quasi quasi lo iscrivo a un corso

Ora più che mai iscrivere il piccolo a un corso può essere un’ottima idea. Per farlo socializzare, muovere e per aiutarlo a capire quali sono le sue capacità.

 

In un periodo in cui il tempo trascorso fuori casa è ancora vissuto con una certa dose di apprensione, in particolare in contesti in cui la presenza di più persone e la condivisione degli spazi rende più complicato rispettare le distanze, l’idea di iscrivere il bambino a un corso diventa ancora più interessante. “Organizzati in modo da limitare il numero dei partecipanti, tutti tracciati, in ambienti sanificati e che consentono le giuste distanze tra i bimbi, i corsi pomeridiani rappresentano oggi una sorta di bolla sicura che permette ai più piccoli di dedicarsi alla scoperta delle proprie competenze, dei propri limiti, risorse e abilità in maniera serena, anche per mamma e papà”, spiega Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta.

Per i bambini di 2, 3 anni i più in voga e i più adatti sono i corsi di acquaticità e di psicomotricità, che garantiscono una buona dose di attività motoria e che permettono di imparare, anche attraverso le proprie paure, che a una causa segue sempre un effetto e di sviluppare il senso di autoefficacia, cioè la capacità di comprendere cosa possiamo fare in base alle nostre abilità, quali sono gli effetti delle nostre azioni.

 

Cosa pensa il bambino

Fino ai 2 anni i bimbi hanno bisogno principalmente di stimoli a terra, per toccare, rotolare, ma anche l’acqua è perfetta perché consente loro di stare facilmente nella posizione orizzontale e di compiere movimenti nuovi, stimolando diversi sensi. Mentre giocano, sperimentano e si mettono alla prova, non senza emozioni. Ad esempio: “Wow! Non pensavo di poter fare anche questo”. Oppure “Oh, oh… ho paura, non sono capace. Mamma non lasciarmi solo, ho bisogno della tua presenza, della tua vicinanza, del tuo incoraggiamento”.

La presenza e l’atteggiamento dei genitori influisce molto sulle emozioni del bambino, che può essere rassicurato (“È bello vederti felice e serena mamma, non come quando siamo al parco”) oppure sentirsi un po’ pressato (“Mi basta poco, davvero poco, perché devo fare tante tante cose? Io non voglio diventare un campione, voglio solo capire cosa posso fare”).

 

Cosa pensano i genitori

La possibilità di iscrivere il piccolo a un corso viene normalmente accolta favorevolmente dai genitori, un po’ per emulazione (“Tutti fanno fare qualcosa ai loro bambini, non voglio essere da meno”), un po’ per compensare il senso di colpa generato dal dover privare il figlio di tante belle esperienze in altri contesti (“Non puoi andare al parco, non mi sento tranquilla, almeno se fai un corso so con chi sei e cosa fai”). In ogni caso, l’effetto è sempre positivo: “Che bello vederti fare cose nuove, vedere la tua faccia così curiosa e sorpresa da ogni cosa”. A meno che il bambino non sia per nulla interessato alle attività proposte…

 

Come sentirsi tutti meglio

  • Innanzitutto, vale la pena precisare una cosa: il corso lo fa il bambino, non il genitore. Severamente vietato riversare le nostre aspettative su quelle del bambino: non lo iscriviamo pensando che abbia tutte le carte in regola per diventare un campione, ma solo perché ha bisogno di muoversi.
  • Per la stessa ragione, quindi, no alle imposizioni: cerchiamo di scegliere corso e attività sulla base delle peculiarità del nostro bambino, tenendo in considerazione i suoi tempi (dello sviluppo psicofisico e delle capacità) e le sue caratteristiche. Queste attività vanno proposte come se fossero dei giochi, non degli obblighi: se mostra di non volerle fare o se sembra in ansia, non bisogna assolutamente forzarlo. “Per cercare di rassicurarlo, di accompagnarlo in questa nuova esperienza, possiamo provare a proporre lo stesso tipo di attività in casa, così da farlo sentire sicuro e poi andare a lezione sereno. Magari accompagnato da un talismano, un giochino, un oggetto che possa rasserenarlo, ricordandogli che noi ci siamo sempre. E se gli diciamo che lo aspettiamo fuori, dobbiamo farci trovare fuori davvero, anche durante la lezione, per qualsiasi esigenze. Il bambino non deve mai avere sensazione di essere stato abbandonato”, sottolinea la psicologa.
  • Evitiamo di dirgli che ha sbagliato se non vuole fare una cosa, un esercizio, o se la fa alla sua maniera. No anche ai paragoni con fratelli e amici. Se non vuole frequentare un corso, se ne abbiamo la possibilità, facciamo venire a casa un istruttore oppure pensiamo noi a un’attività, a un percorso da proporgli direttamente.
  • “Infine, ricordiamoci che noi siamo il punto di riferimento per i nostri figli e, come tale, dobbiamo dare il buon esempio. Non possiamo pretendere che lui si appassioni al corso, che non perda una lezione e si impegni al massimo se noi passiamo ogni minuto libero sul divano”, conclude l’esperta.
  • spazi dedicati al bambino. Uno morbido, in cui trovare rassicurazione, coccole, protezione e calore. Uno spazio per il gioco di immaginazione, con travestimenti, stoffe e vecchi abiti che il bambino possa usare per il gioco simbolico, durante il quale esprimere tutto quello che vive e assorbe, ma che non riesce a tirare fuori a parole. Infine, uno spazio con libri e albi illustrati, per un momento di coinvolgimento e riflessione. “Gli albi illustrati, che lasciano grande spazio a immagini di qualità supportate da testi brevi e semplici, non hanno una morale, ma raccontano un quotidiano in cui il bambino riesce a rispecchiarsi. Per questo sono tranquillizzanti, perché è come se normalizzassero le varie situazioni”, sottolinea la psicologa. “Sono storie che il bambino può leggere in autonomia, grazie alle immagini evocative, ma in presenza dell’adulto la stessa storia si arricchisce e permette un momento di contatto e condivisione prezioso, anche per il genitore, che sullo spunto dato dalla storia può parlare di sé e di quello che prova”.