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	<title>QuiMamme &#8211; Reuflor®</title>
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	<description>Probiotici per la flora intestinale</description>
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	<title>QuiMamme &#8211; Reuflor®</title>
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		<title>Preadolescenza e nuovi bisogni: mettiamoci in ascolto.</title>
		<link>https://reuflor.it/preadolescenza-e-nuovi-bisogni-mettiamoci-in-ascolto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adminTatommi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jan 2023 16:07:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[QuiMamme]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando crescono, i nostri figli sentono forte il desiderio di essere visti e considerati come giovani adulti. Ecco come affrontare insieme questo passaggio.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><b>Quando crescono, i nostri figli sentono forte il desiderio di essere visti e considerati non più come bambini, ma come giovani adulti. Ecco come affrontare insieme questo passaggio</b></p>
<p class="p1">Nella preadolescenza i bisogni sono più evolutivi rispetto agli anni precedenti: i ragazzi hanno bisogno di esserci, di sentirsi riconosciuti, ascoltati e accettati, soprattutto da parte dei pari. Questi bisogni, però, dal loro punto di vista sono inascoltati e, al tempo stesso, anche un po<span class="s1">’ </span>inesprimibili perché la figura dell<span class="s1">’</span>adulto, che dovrebbe essere il porto sicuro a cui tornare sempre, appare in questo momento confusa, spesso contraddittoria e fragile, ma nell<span class="s1">’</span>accezione negativa del termine, cioè instabile. Nei momenti più duri della pandemia e nel lungo periodo di lockdown, infatti, anche gli adulti hanno accusato il colpo e non sempre sono riusciti ad essere un supporto stabile per i loro ragazzi.</p>
<p class="p3"><b>Cosa succede ai ragazzi</b></p>
<p class="p1">In questo particolare momento della crescita, superata l<span class="s1">’</span>età dell<span class="s1">’</span>infanzia in cui inevitabilmente seguivano le orme dei genitori senza troppo contraddirli, i giovanissimi si trovano a dover ricreare l<span class="s1">’</span>immagine che hanno di sé. &#8220;Per farlo, hanno bisogno di essere visti come esseri pensanti, hanno la necessità di prendere una posizione di protagonismo”, spiega Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. <span class="s1">“</span>In questo quadro, poi, non manca l<span class="s1">’</span>apertura alla trasgressione, il desiderio di uscire dai confini, di esplorare e sperimentare cose nuove per trovare un modo di ragionare altro rispetto a quello degli adulti di riferimento”.</p>
<p class="p1">Tipico di questa fase è l<span class="s1">’</span>atteggiamento apparentemente oppositivo, per cui se una cosa <span class="s1">“</span>si fa così”, non vuol comunque dire che debba per forza essere fatto così. A riprova di questo, c’è anche l<span class="s1">’</span>adesione a movimenti di protesta o affermazione, come a quello per l<span class="s1">’</span>ambiente o quello LGBT, che sono promossi e portati avanti soprattutto dai più giovani.</p>
<p class="p1">Questo bisogno generale, si differenzia poi in base al genere. <span class="s1">“</span>I maschi tendono ad aver bisogno di esprimere e di sentire riconosciuta la forza, un bisogno che si riflette sia sull<span class="s1">’</span>aspetto fisico, sia su quello della performance, che in questa fascia d<span class="s1">’</span>età è legata principalmente ai videogiochi, alle sfide online, ai challenge…”, sottolinea l<span class="s1">’</span>esperta. <span class="s1">“</span>Le ragazze, invece, hanno bisogno di relazione, di un confronto, di confidenza, una necessità rafforzata da strumenti e device che, oggi, permettono di stare sempre in contatto, 24 ore su 24”.</p>
<p class="p3"><b>Consigli per i genitori</b></p>
<ul class="ul1">
<li class="li4">I genitori devono trovare un nuovo punto d<span class="s1">’</span>inizio: per poter mantenere una relazione con i loro figli devono riadattarsi, ammettendo che non sono più bambini, che sono cresciuti. “È importante capire che ora hanno altri bisogni e necessità”, suggerisce Marta Rizzi. <span class="s1">“</span>Se i ragazzi si mettono in una posizione di contrapposizione, non significa che non ci vogliono più bene o che noi siamo dei genitori pessimi, significa semplicemente che stanno crescendo”.</li>
<li class="li4">Provare a tuffarsi nel passato e ricordarsi di come si era, di cosa si sentiva. Una volta recuperati quei ricordi e quelle sensazioni dell<span class="s1">’</span>adolescenza, chiediamoci come potremmo contestualizzarli oggi, come ci sentiremmo oggi se avessimo quelle necessità. I bisogni dei giovani non sono cambiati rispetto al passato, sono diversi gli strumenti e le modalità con cui si soddisfano.</li>
<li class="li4">Interessarsi alla vita dei propri figli, senza però inquisire, con un atteggiamento di apertura, di ascolto e di curiosità, senza giudicare o fare terzo grado.</li>
<li class="li4">Ricordare a noi stessi e anche a loro che li amiamo, sempre e comunque, anche se dobbiamo ammettere che stare in relazione con loro è difficile. <span class="s1">“</span>Anche se non siamo più il loro punto di riferimento esclusivo, in qualche modo dobbiamo sempre essere quello stabile, a cui possono tornare quando hanno dubbi e preoccupazioni. Affronteranno sfide e ostacoli ed è bene che sappiano che noi ci saremo sempre”, spiega l<span class="s1">’</span>esperta.</li>
<li class="li4">A fronte del moto trasgressivo che è nelle loro corde, per indirizzarli al meglio non è efficace usare moralismi, quanto informarli e renderli partecipi di un ragionamento. <span class="s1">“</span>Come consigliano Alberto Pellai e Barbara Tamborini nel libro <span class="s1">“</span>L<span class="s1">’</span>età dello tsunami” prendendo ad esempio il problema del tabagismo, piuttosto che puntare su allarmismi e pericoli per salute, conviene informare i ragazzi sulle tecniche di marketing strategico che ci sono alle spalle delle multinazionali del tabacco, attivando così in loro la voglia di non omologarsi, di non aderire al modello che gli adulti vogliono imporre e portandoli a non fumare per principio”, consiglia Marta Rizzi.</li>
<li class="li4">Infine, supportarli nella crescita e nella loro necessità di essere riconosciuti come dei soggetti pensanti, fornendo stimoli diversi e diversificati in modo che possano crearsi un pensiero proprio e orientarsi in un mondo che spesso propone falsi miti e fake news.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Articolo redatto in collaborazione con</em> <a href="https://quimamme.corriere.it/"><span class="s2"><b>Quimamme</b></span></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I nostri ragazzi, digitali sì, ma sempre informati e consapevoli.</title>
		<link>https://reuflor.it/i-nostri-ragazzi-digitali-si-ma-sempre-informati-e-consapevoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adminTatommi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 16:25:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[QuiMamme]]></category>
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					<description><![CDATA[Sempre più connessi, per giocare, studiare e comunicare con i pari, i più giovani rischiano di perdere il contatto con la realtà e di sentirsi confusi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sempre più connessi, per giocare, studiare e comunicare con i pari, i più giovani rischiano di perdere il contatto con la realtà e di sentirsi confusi. Ecco come capirli e aiutarli.</strong></p>
<p>Nell’ultimo periodo, complice la pandemia, bambini e ragazzi sono stati inevitabilmente invitati a stazionare per molte ore della loro giornata su vari device, un po’ per necessità, un po’ per comodità. Quella all’uso delle tecnologie e di internet, quindi, è diventata un&#8217;abitudine crescente, nonostante sempre più studi scientifici neurofisiologici dimostrino come questo abbia un impatto negativo sui ragazzi sotto i 14 anni di età. Anche se si parla sempre più dei pericoli della Rete e si cerca di fare sempre più cultura per un uso consapevole delle tecnologie e di internet, è indispensabile continuare a fare informazione, tra i genitori e i ragazzi, perché spesso non ci si rende davvero conto che le proprie azioni hanno sempre delle conseguenze, anche negative, e che tutto ciò che pubblichiamo è condivisibile e può essere usato contro di noi, nel presente e nel futuro.</p>
<p><strong>Cosa succede ai ragazzi</strong></p>
<p>I social network, primo fra tutti Instagram, permettono di restare in contatto con tante persone, di comunicare con tante persone, anche con i propri idoli, persone che prima erano inarrivabili, e questo ridimensiona molto l’approccio dei giovanissimi con le cose: tutto è più alla loro portata, più facile da raggiungere, anche se poi emerge frequente e forte la sensazione di non parlare davvero con nessuno.</p>
<p>Non solo, l&#8217;uso continuo dei social network porta i ragazzi a fraintendere la realtà e a vederla in un modo che non sempre è costruttivo, in particolare sui temi della sessualità o della gestione dei soldi. L’ultima tendenza nel mondo dei videogiochi è quella dei gamer che, oltre a mostrare come giocare, si dedicano all’unboxing, cioè allo spacchettamento e alla recensione di nuovi giochi e prodotti. “Guardare i gamer o gli YouTuber risponde a un bisogno di rispecchiamento emotivo che i ragazzini non riescono a trovare nella realtà, per cui si immedesimano nel giocatore e vivono le sue esperienze, le sue emozioni e le sue sensazioni”, spiega Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. “L’unboxing è una strategia di marketing che comunica al ragazzino l’idea di un’accessibilità molto facile da parte di altri a quelli che sono i suoi oggetti del desiderio e questo suscita frustrazione, perché nessuno nella realtà può avere accesso a una quantità simile di giochi, così belli e costosi”.</p>
<p>Al tempo stesso l’utilizzo di queste tecnologie è fuorviante per la concezione del valore del denaro e per la sua gestione: nei videogiochi si viene spesso invitati ad acquistare gemme, livelli o strumenti di vario genere per migliorare la propria performance e l’esperienza di gioco. “I ragazzini spesso faticano a distinguere quello che è reale da quello che non lo è e si ritrovano a utilizzare del credito reale, quasi sempre di nascosto da mamma e papà, per acquistare denaro virtuale, senza comprendere gli effetti negativi, il fatto che quei soldi vengono realmente spesi e, dunque, persi. Una volta realizzato, a cascata si genera l&#8217;attivazione di emozioni e pensieri in contrasto tra loro &#8211; ad esempio senso di colpa, inadeguatezza, ansia, panico &#8211; che spesso si traducono in comportamenti e sensazioni ancor più al limite, quando la chiave sarebbe parlare con mamma e papà ammettendo il proprio errore”, sottolinea l’esperta.</p>
<p>La confusione, poi, può essere generata da un uso non appropriato della Rete anche sui temi relazionali, come la sessualità. “Un accesso volontario o meno a contenuti pornografici lancia un messaggio di una sessualità atta esclusivamente al piacere istantaneo, a volte anche troppo focoso e violento, lontano dalla realtà che, invece, prevede l’individualità di ciascuno e l’importanza della relazione”, avvisa la psicologa.</p>
<p><strong>Consigli per i genitori</strong></p>
<ul>
<li>Cerchiamo di conoscere meglio i nostri ragazzi, il loro mondo, e di vedere la realtà dalla loro angolatura. Anche se vedere i gamer in azione non è una nostra ambizione, ad esempio, è comunque un modo per condividere e per capire cosa li attrae di questo mondo.</li>
<li>Riuscire a parlare di alcuni temi, come sesso, droga, gioco d’azzardo, senza renderli dei tabù aiuta a responsabilizzarli rispetto a dei comportamenti migliori. Così si abituano a non trasgredire in quello che reputano essere percepito dai genitori come qualcosa che non si può fare.</li>
<li>Monitorare e regolamentare l’uso che i nostri figli fanno delle tecnologie per arginare il rischio dipendenza. E per scongiurare anche quello da isolamento, perché si sta insieme fisicamente ma ognuno è chiuso nella sua bolla, per esempio inserendo qualche regola condivisa e attuata da tutti, come il divieto del cellulare a tavola o prima di andare a dormire.</li>
<li>Educhiamoli all’uso della parola consapevole per comunicare e interagire con i loro pari nelle chat, invitandoli a riflettere su quello che stanno per scrivere e su come si sentirebbero se qualcuno parlasse così a loro.</li>
<li>Ultimo consiglio, sul tema algoritmo: per i ragazzi il poter essere costantemente ascoltati e osservati nelle loro azioni non rappresenta un problema, anzi, è considerato un facilitatore. “Sicuramente sul piano funzionale l’algoritmo può essere un’agevolazione, perché mi propone quello di cui ho bisogno, ma abitua a non esplorare e a non sperimentare, per cui si riflette sullo sviluppo di alcune abilità dei ragazzi, anche se loro non se ne rendono conto”, osserva Marta Rizzi. “Proviamo a renderli partecipi della strategia che sta dietro all’uso dell’algoritmo, magari attraverso la visione del documentario ‘The Social Dilemma’, per suscitare la loro voglia di sottrarsi al controllo e alla manipolazione. E continuiamo a informarci e formarci per restare tecnologicamente aggiornati e riuscire ad avere gli argomenti giusti per parlare con i nostri figli e per monitorare l’utilizzo che fanno dei device”.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Articolo redatto in collaborazione con</em> <a href="https://quimamme.corriere.it/"><span class="s2"><b>Quimamme</b></span></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La casa, uno spazio per ritrovarsi e stare insieme.</title>
		<link>https://reuflor.it/la-casa-uno-spazio-per-ritrovarsi-e-stare-insieme/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adminTatommi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Nov 2022 10:06:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[QuiMamme]]></category>
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					<description><![CDATA[Considerata per tanto tempo un nido sicuro e accogliente, ora la casa rischia di diventare un nascondiglio per sottrarsi alla realtà.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><b>Considerata per tanto tempo un nido sicuro e accogliente, in cui abbiamo imparato di nuovo a condividere tempo e passioni, ora la casa rischia di diventare un nascondiglio per sottrarsi alla realtà. Ecco i consigli dell</b><span class="s1">’</span><b>esperta.</b></p>
<p class="p1">Quello domestico, da sempre, è uno spazio ambivalente per i giovani, con dei pro e dei contro, non di rado conflittuale. Lockdown e pandemia, costringendoci a una maggiore permanenza tra le mura di casa e a una convivenza più assidua, hanno permesso ai ragazzi di conoscere nuovamente la propria famiglia, di stare e di rivedere mamma, papà, fratelli e sorelle. Se, in alcuni casi, questo può aver accentuato un senso di distacco, di distanza e di non riconoscimento, in altri può aver risvegliato un senso di appartenenza.</p>
<p class="p3"><b>Cosa succede ai ragazzi</b></p>
<p class="p1"><span class="s1">“</span>La convivenza forzata per loro è diventata un<span class="s1">’</span>opportunità di vedere il lato profondo del nostro essere umano, tutto l<span class="s1">’</span>aspetto emotivo, le nostre fragilità, senza che fossero inquinati e nascosti dalla frenesia e dalle incombenze del quotidiano”, osserva Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. <span class="s1">“</span>Un aspetto importante che, nel momento in cui si condivide, mostrando ai nostri ragazzi che è normale avere debolezze, difficoltà e fare fatica, può diventare un ponte per la relazione, da mantenere e portare avanti anche oltre lo stato di emergenza, quando riprendono i ritmi incessanti della prepandemia”.</p>
<p class="p1">Molti preadolescenti e adolescenti, nei mesi passati, si sono ritrovati a rivalutare l<span class="s1">’</span>ambiente domestico, sentendolo nuovamente come un nido sicuro, dove trovare conforto e rassicurazione, soprattutto in un periodo ipercinetico di informazioni e stimoli emotivi esterni che possono attivare emozioni intense e a volte discordanti. <span class="s1">“</span>Una sensazione, però, che può diventare controproducente e portare alcuni ragazzi a considerare la casa anche come un luogo in cui potersi nascondere, dove è possibile non mettersi in gioco, perché hanno paura di quello che c’è fuori. E a mantenere il contatto con gli altri solo se mediato da un device, con una buona dose di ansia nel dover riprendere le relazioni reali nei periodi di ripresa”, sottolinea Marta Rizzi.</p>
<p class="p3"><b>Consigli per i genitori</b></p>
<ul class="ul1">
<li class="li4">Invitiamoli a personalizzare il loro spazio in casa, per abbellirlo e caratterizzarlo, per dare voce alla loro personalità, ai loro talenti e alle loro passioni. Così che il loro luogo sicuro non sia un nascondiglio, ma uno spazio in cui potersi esprimere.</li>
<li class="li4">Con le dovute accortezze e attenzioni, apriamo la porta di casa a qualche amico, in modo che l<span class="s1">’</span>ambiente domestico diventi anche un luogo di incontro e relazione.</li>
<li class="li4">Cerchiamo di mantenere vivi i momenti di socialità familiare, prima obbligati dalla convivenza, con giochi da tavolo, con la progettazione condivisa di idee, di gite, di uscite, con la sperimentazione di nuove cucine, per mettersi in gioco insieme in qualcosa. <span class="s1">“</span>In questi momenti, per stare davvero insieme ai nostri ragazzi, noi per primi dobbiamo tenere tutto il resto fuori e non farci travolgere da stimoli esterni: il cellulare si spegne o si tiene altrove”, consiglia l<span class="s1">’</span>esperta.</li>
<li class="li4">Se la casa è diventata quel nascondiglio un po<span class="s1">’ </span>troppo stretto in cui stare, bisogna provare a vedere, anche in funzione delle caratteristiche dei nostri figli, quali possono essere i margini per far sì che possano rilanciarsi e riprovarsi fuori da casa. <span class="s1">“</span>Capire se c’è amico o una particolare attività che lo possa spingere a uscire, rassicurandolo costantemente che comunque quella serenità e sicurezza di casa ci saranno sempre e che lui le ritroverà quando meglio crede”, conclude Marta Rizzi.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Articolo redatto in collaborazione con</em> <a href="https://quimamme.corriere.it/"><span class="s2"><b>Quimamme</b></span></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La scuola, un luogo per imparare e per socializzare.</title>
		<link>https://reuflor.it/la-scuola-un-luogo-per-imparare-e-per-socializzare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adminTatommi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Oct 2022 08:41:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[QuiMamme]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo un periodo di frequenza sporadica delle lezioni in presenza, i ragazzi devono trovare di nuovo il modo di vivere la scuola al meglio.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><b>Dopo un periodo di frequenza sporadica delle lezioni in presenza, i ragazzi devono trovare di nuovo il modo di vivere la scuola al meglio, sia come luogo di studio, sia come luogo per stare bene con i loro coetanei</b></p>
<p class="p1">Durante il lungo periodo di lockdown che abbiamo vissuto, la scuola era diventata uno spazio prettamente domestico, individuale, in cui i ragazzi si sono ritrovati a dover dimostrare autonomia, indipendenza, autoregolazione e responsabilità. In base alla loro struttura e anche alle loro caratteristiche e bisogni, si sono ritrovati un po<span class="s1">’ </span>spaesati, spesso con la tentazione di trasgredire e di mettere in atto una serie di strategie per non partecipare alle lezioni, invocando problemi alla rete o alla telecamera del computer, spesso ispirati dai video che circolavano sui vari social con suggerimenti per bypassare la presenza. I lunghi mesi trascorsi a casa, anche se a periodi alterni, non li ha disabituati solo alla concentrazione, ma anche allo stare in gruppo. Perché la scuola non è solo il luogo dell<span class="s1">’</span>apprendimento, ma anche quello di incontro, dove si imparano i comportamenti sociali.</p>
<p class="p3"><b>Cosa succede ai ragazzi</b></p>
<p class="p1">In questo momento i più giovani stanno vivendo un cambiamento totale, ritrovandosi di nuovo in uno spazio condiviso, ma ancor più regolamentato, dove la socializzazione non è (o non dovrebbe essere) possibile. <span class="s1">“</span>Questo non li aiuta a ritrovare il contatto e la vicinanza, perché la scuola è diventata un luogo dove ai ragazzi viene richiesto di essere macchine atte ad apprendere”, spiega Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. <span class="s1">“</span>Non solo, ad apprendere anche in modo veloce, perché si vive costantemente con il timore che la situazione torni a peggiorare o che un contagio in classe porti a un nuovo blocco, con tutte le limitazioni della didattica a distanza”.</p>
<p class="p1">In una situazione di questo tipo, può anche succede che sia difficile percepire le difficoltà altrui. Per cui gli insegnanti, orientati a dover raggiungere gli obiettivi fissati entro la fine dell<span class="s1">’</span>anno scolastico, si focalizzano più sullo studente e meno sulla persona. <span class="s1">“</span>Se già prima era difficile riuscire a stare sulle difficoltà del singolo, adesso lo è ancor di più, anche perché è più complicato decodificare la comunicazione non verbale dei ragazzi a causa dell<span class="s1">’</span>uso costante della mascherina”, sottolinea l<span class="s1">’</span>esperta. <span class="s1">“</span>In questa scuola, quindi, oltre a non poter socializzare, i ragazzi rischiano anche di essere trattati come robot che devono solo raggiungere l<span class="s1">’</span>obiettivo dato”.</p>
<p class="p3"><b>Consigli per i genitori</b></p>
<ul class="ul1">
<li class="li4"><span class="s1">“</span>Cerchiamo di creare una sorta di patto di alleanza con gli altri genitori e con gli insegnanti: siamo tutti nella stessa situazione complicata, troviamo il modo di stare in relazione senza colpevolizzarci, criticarci e giudicarci. L<span class="s1">’</span>obiettivo comune è che i ragazzi stiano bene anche a scuola, tentiamo il più possibile di limitare critiche e sposare spirito collaborativo”, consiglia Marta Rizzi. Come fare? Provando a confrontarci, anche con altri genitori, per capire se ci sono dei disagi e manifestazioni che magari possono essere condivisi e ricorrenti in una stessa classe e che non sono solo dei nostri figli. Attenzione, ad esempio, a comportamenti alimentari disfunzionali, ansia intensa, attacchi di panico.</li>
<li class="li4">Proviamo a capire quali strategie hanno messo in atto gli altri genitori o se hanno consigli da darci. È indispensabile porsi verso gli altri con un atteggiamento di umiltà e condivisione, senza stare sulla difensiva o, peggio, all<span class="s1">’</span>attacco.</li>
<li class="li4">Per favorire lo spirito collaborativo e rendere più agevole la socializzazione, si possono individuare momenti di incontro o di studio tra i ragazzi anche al di fuori della scuola. Dato che a scuola è tutto regolamentato e faticoso, i ragazzi potrebbero avere delle resistenze a fare gruppo con i compagni per il desiderio di non vedere nessuno di quelli che vedo quando sono in classe. <span class="s1">“</span>L<span class="s1">’</span>obiettivo, invece, è cercare di farli stare bene a scuola, con i loro compagni e dobbiamo tentare di rafforzare queste relazioni, ancora di più se i nostri figli hanno appena iniziato un nuovo ciclo di scuola e le fatiche sono maggiori”, incoraggia Marta Rizzi.</li>
<li class="li4">Studiamo l<span class="s1">’</span>effettiva regolamentazione che viene messa in atto dalla scuola per capire quali reazioni emotive e possibili effetti possano esserci sulla sensibilità e sulle caratteristiche uniche dei nostri figli.</li>
<li class="li4"><span class="s1">“</span>Adottiamo uno spirito collaborativo anche con i nostri figli, cercando di individuare insieme quali possono essere le modalità per aiutarli a stare in quella situazione nel migliore dei modi o, per lo meno, per poterla tollerare”, conclude la psicologa.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Articolo redatto in collaborazione con</em> <a href="https://quimamme.corriere.it/"><span class="s2"><b>Quimamme</b></span></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Adolescenza in arrivo: come cambia la relazione.</title>
		<link>https://reuflor.it/adolescenza-in-arrivo-come-cambia-la-relazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adminTatommi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Sep 2022 09:50:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[QuiMamme]]></category>
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					<description><![CDATA[L'adolescenza e il periodo che la precede può essere molto faticosa in famiglia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">L&#8217;adolescenza e il periodo che la precede può essere molto faticosa in famiglia. I ragazzini stanno cercando nuovi equilibri e nuove relazioni, soprattutto fuori casa, e come genitori dobbiamo riuscire ad accogliere il cambiamento senza mai far mancare il nostro supporto</p>
<p class="p1">Quella della preadolescenza è una fase di transizione particolare dal punto di vista delle relazioni: da bambini gli amici sono legati al gioco e al divertimento, poi si cresce, cambiano le esigenze e si diventa più selettivi. Il ragazzino può allontanarsi anche dal proprio nucleo familiare e <b>i suoi punti di riferimento possono non essere più i genitori, ma i suoi pari</b> perché in loro trova complicità, confidenza, condivisione e sostegno.</p>
<p class="p1"><span class="s1">“</span>Tutto questo è assolutamente naturale”, spiega <b>Marta Rizzi,</b> psicologa e psicoterapeuta. <span class="s1">“</span>Studi legati alle neuroscienze dimostrano come lo sviluppo del cervello preveda un cambiamento rivolto proprio alla ricerca di un rispecchiamento nel gruppo dei pari perché hanno gli stessi bisogni, usano lo stesso linguaggio e da loro ci si sente capiti. Al tempo stesso, confrontarsi con loro permette anche di mettersi alla prova e di interrogarsi su se stessi, su quello che si vuole fare e quello che si è”.</p>
<p class="p1">Più i bambini crescono e si avvicinano all<span class="s1">’</span>età adulta, più cercano autonomia. Questo avviene attraverso l<span class="s1">’</span>esplorazione e la sperimentazione, ma anche attraverso la conoscenza dei propri limiti, che è quella che a volte porta a superare i confini della trasgressione. “ I ragazzini hanno la necessità di avere il consenso e l<span class="s1">’</span>approvazione dei coetanei perché vogliono sentirsi compresi, mentre la ricerca dell<span class="s1">’</span>indipendenza, anche di ideali e di valori, può portarli a entrare in <b>contrapposizione con il mondo degli adulti.</b> Per cui a volte appaiono polemici, provocatori, oppositori… entrare in conflitto, però, non significa per forza distruggersi: <b>bisogna trovare nuovi modi per stare insieme,</b> magari urtandosi un po<span class="s1">’</span>, ma sempre insieme”.</p>
<p class="p3"><b>Cosa pensano i genitori</b></p>
<p class="p1">I genitori si trovano improvvisamente spaesati, tra incredulità, incomprensione, senso di impotenza (<span class="s1">“</span>Cos’è successo a mio figlio? Non lo riconosco più… fino a ieri era sorridente e accondiscendente, ora è arrabbiato, sempre contro, litighiamo continuamente… Non mi vuole più bene? Come posso aiutarlo?”).</p>
<p class="p3"><b>Cosa pensa il ragazzino</b></p>
<p class="p1">Si sente incerto, un po<span class="s1">’ </span>oscillante (<span class="s1">“</span>Solo o miei amici mi comprendono fino in fondo, anche se in alcuni momenti mi manca mamma”) e prova fastidio verso i vecchi schemi (<span class="s1">“</span>Ormai sono diventato grande, è possibile che non l<span class="s1">’</span>abbiano ancora capito?”).</p>
<p class="p3"><b>Come sentirsi tutti meglio</b></p>
<ul class="ul1">
<li class="li4">Per prima cosa bisogna lavorare su di sé. Per agevolare questo inevitabile processo di <span class="s1">“</span>separazione” dobbiamo provare a interrogarci per capire cosa smuove dentro di noi questo cambiamento, quali corde tocca. L<span class="s1">’</span>assenza di valore? Di controllo? Un senso di inutilità? <b>Come prima cosa, bisogna fare pace con se stessi.</b></li>
<li class="li4"><b>Ricordiamoci della nostra adolescenza,</b> della considerazione che avevamo degli adulti (e dei genitori) prima di essere troppo rigidi con i nostri figli.</li>
<li class="li4"><b>Osserviamoli con attenzione per imparare a conoscerli anche ora,</b> in modo da trovare un nuovo ponte e un nuovo tipo di relazione. <span class="s1">“</span>La vita è fatta di fasi, così come ci siamo sentiti disorientati quando sono nati, così possiamo sentirci anche ora e dobbiamo trovare nuovi canali di comunicazione, senza dare per scontato che quel che c’è stato prima sia per forza immutabile”, suggerisce l<span class="s1">’</span>esperta.</li>
<li class="li4">Impariamo a instaurare un<b> livello di comunicazione che sia basato sulla fiducia,</b> rassicurando il ragazzino che l<span class="s1">’</span>accettazione è slegata dal comportamento. Il messaggio da passare è “ti vorrò sempre bene, per te spero il meglio e per questo mi aspetto il meglio. Non approverò le tue cavolate, ma ti accetterò”. Ricordando, un po<span class="s1">’ </span>in modo indiretto, che <b>noi siamo un porto sicuro a cui tornare,</b> che ci siamo incondizionatamente, senza giudizio, accogliendo, magari disapprovando, ma ci siamo.</li>
<li class="li4">Importante, poi, trovare un equilibrio: <b>non essere troppo pressanti e invadenti, ma nemmeno troppo permissivi</b> perché il rischio è di apparire disinteressati, di far credere che lo lasciamo a se stesso, mentre deve sapere che per lui noi saremo sempre un supporto.</li>
<li class="li4"><b>Non critichiamo gli amici di nostro figlio</b> perché questo li svaluterebbe e creerebbe ancor più distanza e freddezza. Piuttosto proviamo a capire che cosa lo affascini di loro, cosa riesce a valorizzare che noi non vediamo.</li>
<li class="li4">I ragazzini hanno desiderio e necessità di trovare il consenso dei loro pari per cui il <b>rischio è che si omologhino e che perdano un po</b><span class="s1">’ </span><b>di pensiero critico.</b><span class="s1"> “</span>Cerchiamo di far leva sull<span class="s1">’</span>unicità di ciascuno, sul diritto di ognuno di dire di no e di poter pensare diversamente senza che questo influisca sull<span class="s1">’</span>amicizia”, raccomanda Marta Rizzi. <span class="s1">“</span>Aiutiamo i nostri figli a capire che un amico ti accetta anche se non la pensi come lui, a non cadere nel ricatto dell<span class="s1">’</span>approvazione per poi essere trainati dagli altri senza condividere”.</li>
<li class="li4">Ogni azione ha una conseguenza: alleniamoli al ragionamento del lungo termine per evitare che lo spirito trasgressivo li porti ad <b>agire senza valutare gli effetti collaterali.</b> Mettiamoli in guardia, senza eccessiva pressione, dai possibili rischi.</li>
<li class="li4"><b>Incentiviamo lo sport il più possibile. </b>Tra i suoi molteplici benefici c&#8217;è anche che<b> </b>la gratificazione che deriva dalla produzione di dopamina, ormone del benessere, riduce la necessità di andare a cercarla nei comportamenti trasgressivi.</li>
<li class="li4">Ritagliamoci ancora dei <b>momenti genitore-figlio,</b> per trascorrere del tempo insieme di qualità e per condividere anche i propri stati d<span class="s1">’</span>animo, compresa la malinconia dei momenti passati, di quando c<span class="s1">’</span>erano gli abbracci e le coccole. Senza essere pesanti, ma per comunicare la voglia di trovare nuovi modi di stare insieme e per rinforzare una relazione che sta cambiando e che continuerà a farlo nel tempo.</li>
</ul>
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<p><em>Articolo redatto in collaborazione con</em> <a href="https://quimamme.corriere.it/"><span class="s2"><b>Quimamme</b></span></a></p>
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		<title>Prima elementare, quante emozioni.</title>
		<link>https://reuflor.it/prima-elementare-quante-emozioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adminTatommi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2022 14:56:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[QuiMamme]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando si avvicina il giorno della prima elementare, c'è grande fermento in famiglia, sia per il bambino, sia per i genitori. Ecco i consigli dell'esperta per iniziare serenamente la scuola, con il supporto di mamma e papà.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Quando si avvicina il giorno della prima elementare, c&#8217;è grande fermento in famiglia, sia per il bambino, sia per i genitori. Ecco i consigli dell&#8217;esperta per iniziare serenamente la scuola, con il supporto di mamma e papà.</p>
<p class="p1">Quello tra la materna e la scuola elementare è passaggio delicato per tutta la famiglia. <span class="s1">“</span><b>Un momento importante di crescita per il bambino,</b> che tutto ad un tratto si deve abituare a orari e regole diverse, ma anche per il genitore, che non ha più un rapporto diretto con gli adulti di riferimento &#8211; come alla materna &#8211; e deve <b>iniziare ad affidarsi ai racconti del figlio,</b> ai suoi vissuti”, spiega <b>Marta Rizzi,</b> psicologa e psicoterapeuta. Mamma e papà, quindi, devono necessariamente delegare una serie di responsabilità al bambino, che nella loro testa è ancora piccolo, e ricevere solo da lui riscontri di ciò che accade nella giornata scolastica. A questo si somma il timore di toglierlo dal contesto noto, rassicurante e familiare degli ultimi anni per <b>un nuovo ambiente, del tutto sconosciuto.</b></p>
<p class="p3"><b>Cosa pensano i genitori</b></p>
<p class="p1">Il loro vissuto è inevitabilmente ambivalente. <b>Da un lato sono felici perché il loro bambino acquisisce nuove competenze</b> e si avvia verso una nuova tappa della sua vita. Dall<span class="s1">’</span>altro sono un po<span class="s1">’ </span>preoccupati perché in questo modo il loro bimbo si allontana un po<span class="s1">’ </span>di più dal mondo ovattato dell<span class="s1">’</span>infanzia (<span class="s1">“</span>Ce la farà? Mi sembra così piccolo, come posso capire se sta bene, se non gli è successo niente? Saprà farsi dei nuovi amici, chiedere quello di cui ha bisogno? Saprà difendersi se sarà necessario?”).</p>
<p class="p3"><b>Cosa pensa il bambino</b></p>
<p class="p1">Per lui il cambiamento è davvero forte. A scuola c’è <b>maggiore sedentarietà</b> rispetto alla materna, e stare seduto buono e fermo al proprio banco è una delle cose più difficili per lui. Anche <b>il tipo di socializzazione è diversa,</b> perché avviene più sul piano cognitivo rispetto a quello motorio (<span class="s1">“</span>Qui è tutto diverso, non posso più giocare… che spazi grandi! E le regole?”). Al timore di lasciare gli amici della materna e di <b>doversi abituare all</b><span class="s1">’</span><b>idea di nuovi adulti e di nuovi bambini</b> da conoscere, si affianca però una grande emozione per quel che accadrà per tutto quello che questo cambiamento comporta (<span class="s1">“</span>Sono diventato grande! Anch<span class="s1">’</span>io ora imparerò a leggere e scrivere, finalmente!”).</p>
<p class="p3"><b>Come sentirsi tutti meglio</b></p>
<ul class="ul1">
<li class="li4"><b></b>Per prima cosa, <b>non proiettiamoci sempre sul bambino.</b> Arginiamo le nostre ansie: è un passaggio nuovo e il bambino deve compierlo con serenità. <span class="s1">“</span>Diamo piuttosto valore al cambiamento in un<span class="s1">’</span>ottica costruttiva, di crescita: a scuola potrà acquisire nuove conoscenze, ma anche abilità e competenze differenti e, quindi, anche una consapevolezza di sé più strutturata”, suggerisce l<span class="s1">’</span>esperta.</li>
<li class="li4"><b></b>Prima dell<span class="s1">’</span>inizio vero e proprio, spieghiamo in modo chiaro e semplice <b>in che cosa consiste la routine della scuola elementare,</b> attingendo da informazioni che, se non si posseggono, si possono chiedere direttamente alla scuola: come avverrà l<span class="s1">’</span>entrata, se la maestra sarà all<span class="s1">’</span>ingresso per accoglierli, dove si metterà la cartella, quali regole e dinamiche potrebbero esserci in linea di massima…</li>
<li class="li4"><b></b>Se abbiamo qualche dubbio circa la capacità del bambino di adattarsi, possiamo <b>chiedere consiglio agli educatori della materna</b> per capire con loro quali possono essere gli argomenti su cui far leva: loro sono abituati a vederlo muoversi nel contesto scolastico/sociale e possono darci una mano per affrontare questo cambiamento. &#8220;È fondamentale, però, che il bambino avverta che siamo tranquilli, che siamo sicuri che lui abbia le risorse per fare questo passo e che si senta, così, incoraggiato”, avverte la psicologa.</li>
<li class="li4"><b></b>Durante i primi giorni, proviamo a <b>incentivare e rafforzare le relazioni e gli incontri anche fuori dalla scuola,</b> sia con i vecchi compagni, sia con quelli nuovi, in modo che il bimbo senta di non aver perso i suoi punti di riferimento e che può gradualmente prendere familiarità con nuovi. Se però non ne ha voglia e preferisce stare da solo, non pressiamolo: deve abituarsi con i suoi tempi perché questo cambiamento che a noi sembra naturale, per lui è faticoso.</li>
<li class="li4"><b></b><b>Coinvolgiamolo nell</b><span class="s1">’</span><b>acquisto e nella preparazione dei materiali per la scuola,</b> ricopriamo insieme i libri e prepariamo delle copertine per i quaderni, magari mettendo su ognuno un piccolo simbolo che gli ricordi mamma e papà quando è a scuola.</li>
<li class="li4"><b></b>La scuola, per il bambino, è il mondo della valutazione e del giudizio: <b>quando sono a casa, evitiamo di caricarli troppo.</b><span class="s1"> “</span>Devono sentirsi liberi di esprimersi e sapere di essere accettati e di avere un valore indipendentemente dal risultato”, consiglia Marta Rizzi. “È importante essere presenti durante i compiti, per dargli supporto e aiuto, senza però cadere nella tentazione di paragonarlo ad altri bambini, sia per la didattica, sia per la condotta e gli aspetti relazionali ed emotivi: difficilmente il paragone sprona, è più facile che demotivi. Ricordiamoci che ognuno ha il proprio valore”.</li>
<li class="li4"><b></b>È giusto, invece, incoraggiarlo, spronarlo il più possibile ad <b>essere in prima linea:</b> chiedere alla maestra se ha dei dubbi, alzare la mano quando fanno domande, partecipare… restituendogli il messaggio che a scuola è normale fare così, perché è tutto nuovo e <b>si va proprio per imparare delle cose che non si sanno.</b><span class="s1"> “</span>Questo mandarli in prima linea, però, non vuol dire essere disinteressati o responsabilizzarli eccessivamente”, precisa l<span class="s1">’</span>esperta. <span class="s1">“</span>Come genitori siamo al suo fianco, per supportarlo e accompagnarlo, ma deve essere ben chiaro che <b>la scuola è una cosa sua”</b>.</li>
<li class="li4"><b></b>Per mostrargli il nostro interesse e capire come vanno le cose, proviamo a instaurare un dialogo, a <b>chiedere, ma senza fare il terzo grado.</b> Se non ci racconta nulla o ci dice che va tutto bene oppure che a scuola non è successo nulla, diamo noi per primi il buon esempio, raccontandogli la nostra giornata, non solo le azioni che abbiamo fatto, ma anche le sensazioni e le emozioni. Nel caso il bambino avesse delle difficoltà, sarebbe così più facile per lui cogliere l<span class="s1">’</span>occasione per esprimerle.</li>
<li class="li4"><b></b><b>Se nostro figlio piange, sta male o non vuole andare a scuola, rassicuriamolo</b> dicendogli che può accadere, che è normale avere paura di fronte a una novità e a un<span class="s1">’</span>incognita. Non giudichiamolo, non sminuiamo quel che prova, ma raccontiamogli una nostra esperienza simile o quella di qualcuno che si è trovato nella stessa situazione, dicendogli anche quali strumenti abbiamo utilizzato per gestirla. <b>Rinforziamolo incoraggiandolo sul piano delle sue risorse</b> e delle sue competenze per fargli capire che lui è in grado di farcela. <span class="s1">“</span>Se la cosa dovesse perdurare e noi non riusciamo ad aiutarlo, è bene rivolgersi allo psicologo scolastico oppure chiedere un colloquio con gli insegnanti per capire se ci sono fattori che noi non conosciamo che possono incidere sul suo disagio. È importante <b>non spaventarci e non mostrarci spaventati,</b> ma dare sempre un senso di sicurezza: anche se la scuola è tua, noi ci siamo, facciamo parte della stessa squadra. Dove tu non riesci ad arrivare, ti aiuto io”, conclude Marta Rizzi.</li>
</ul>
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<p><em>Articolo redatto in collaborazione con</em> <a href="https://quimamme.corriere.it/"><span class="s2"><b>Quimamme</b></span></a></p>
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		<title>Cambio casa, che avventura!</title>
		<link>https://reuflor.it/cambio-casa-che-avventura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adminTatommi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jun 2022 12:43:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[QuiMamme]]></category>
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					<description><![CDATA[Se stiamo pensando a un cambio casa, dobbiamo iniziare a pensare anche a come la prenderà il bambino e trovare il modo migliore per accompagnarlo in questa nuova avventura.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Se stiamo pensando a un cambio casa, dobbiamo iniziare a pensare anche a come la prenderà il bambino e trovare il modo migliore per accompagnarlo in questa nuova avventura. Ecco i consigli dell&#8217;esperta</p>
<p class="p1">Per un bambino che oramai frequenta la scuola elementare, <b>traslocare significa lasciare un luogo noto, rasserenante e sicuro.</b> In molti casi è l<span class="s1">’</span>unico spazio mai conosciuto, quello in cui si è nati e cresciuti, nel quale si è trovato conforto, anche grazie a una serie di routine, così importanti per i piccoli. Eppure può capitare di cambiare casa, perché lo spazio non basta più oppure perché serve trovarne una più vicina al nuovo lavoro, magari cambiando anche città.</p>
<p class="p1">Come tutte le novità, anche il cambio casa <b>prevede un riassestamento e richiede una gradualità e del tempo per metabolizzarla.</b><span class="s1"> “</span>Anche se di parla di qualcosa di fisico, di altro e lontano dalla nostra identità, si tratta comunque di un momento delicato per il bambino, perché comporta la <b>perdita di punti di riferimento</b> fisici che sono stati (e sono) importanti per noi adulti e ancor più lo sono per un bambino”, sottolinea <b>Marta Rizzi,</b> psicologa e psicoterapeuta. <span class="s1">“</span>Per questo è necessario un distacco graduale e ponderato”.</p>
<p class="p3"><b>Cosa pensano i genitori</b></p>
<p class="p1">In un momento così complesso e intenso, i genitori sono in genere affaticati, poco lucidi e <b>non sempre riescono a mettersi nei panni del bambino</b> (<span class="s1">“</span>Perché non capisce che lo stiamo facendo anche per lui? Secondo lui io mi diverto a impacchettare tutto?”). Possono anche essere preoccupati per il cambiamento, che comporta la perdita dei punti di orientamento ai quali siamo abituati (<span class="s1">“</span>Stiamo facendo la cosa giusta? Non è che gli creerà un trauma? Forse farà fatica a inserirsi nel nuovo contesto…”).</p>
<p class="p3"><b>Cosa pensa il bambino</b></p>
<p class="p1">Potrebbe sentirsi <b>disorientato, confuso</b> e non capire perché debba traslocare (<span class="s1">“</span>Perché devo lasciare la mia stanza? Non riesco a capire cosa sta accadendo”) e, quindi, <b>apparire molto nervoso e teso,</b> ma anche in conflitto con i genitori. Ogni novità può turbare e potrebbero verificarsi disturbi del sonno, irascibilità (<span class="s1">“</span>Sono arrabbiato, ce n<span class="s1">’</span>era davvero bisogno?”) e un atteggiamento catastrofico (<span class="s1">“</span>Non rivedrò più i miei amici”): a questa età il bambino è in grado di proiettarsi oltre al <span class="s1">“</span>qui e ora&#8221;, ma non ha ancora abbastanza esperienza di vita vissuta per capire che può trovare nuovi amici e nuove abitudini.</p>
<p class="p3"><b>Come sentirsi tutti meglio</b></p>
<ul class="ul1">
<li class="li4">Per prima cosa, avere <b>rispetto di ciò che il bambino sente</b> e del dispiacere di lasciare la sua casa. Si può provare a disegnare una mappa su un cartellone, attaccando una fotografia scattata insieme a ogni stanza, oppure preparare un quaderno, incollando su ogni pagina una foto e scrivendo quali ricordi sono associati a quel particolare dettaglio.</li>
<li class="li4">Tentiamo di <b>coinvolgerlo nella preparazione degli scatoloni,</b> lanciando sempre un messaggio rassicurante, che accolga il cambiamento in un<span class="s1">’</span>ottica positiva: portiamo con noi tutto ciò di cui abbiamo bisogno e che ci fa stare bene, non ci priviamo delle cose che ci sono care. <span class="s1">“</span>Un trasloco, però, è anche <b>un&#8217;occasione per eliminare il superfluo”</b>, spiega Marta Rizzi, &#8220;ma non facciamolo di nascosto altrimenti si rischia di perdere la fiducia del bimbo. Chiediamo a lui di selezionare, è abbastanza grande per chiedergli questo sforzo: alcuni giochi ci seguiranno, alcuni andranno in cantina, ma altri possiamo donarli. È il momento perfetto per <b>introdurre il valore della beneficienza,</b> per spiegare che ci sono bimbi meno fortunati e che alcuni oggetti possono servire in alcune fasi della vita e poi no, perché si cresce”.</li>
<li class="li4">Cerchiamo di rassicurarlo <b>spiegandogli che le amicizie non si perdono,</b> che si possono portare avanti anche grazie alla tecnologia. Viviamo in un periodo in cui le videochiamate sono la normalità: diciamogli che le faremo e poi impegniamoci per farlo davvero.</li>
<li class="li4">Prima di trasferirsi, troviamo del tempo per fare qualche <b>giro esplorativo</b> con il bambino nella nuova zona o, se il trasloco è in un<span class="s1">’</span>altra città, cerchiamo in Rete fotografie e informazioni, cin modo che possa familiarizzare, anche a distanza, con il luogo in cui vivrà.</li>
<li class="li4">Se è scettico e reticente al cambiamento, <b>proviamo a cercare attorno alla nuova casa dei posti che possono attrarre la sua attenzione</b> e il suo interesse &#8211; una gelateria particolare, una piscina, un parco giochi &#8211; per mostrargli che ci sono aspetti positivi anche qui.</li>
<li class="li4"><span class="s1">“</span>Ormai sappiamo bene che i bambini hanno un margine di adattamento e di flessibilità migliore degli adulti, ma questo non significa che possiamo lasciarli a loro stessi. <b>Dobbiamo sempre accompagnarli:</b> mettiamoci in ascolto di quel che sentono e cerchiamo di normalizzare il più possibile”, conclude l<span class="s1">’</span>esperta.</li>
</ul>
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<p><em>Articolo redatto in collaborazione con</em> <a href="https://quimamme.corriere.it/"><span class="s2"><b>Quimamme</b></span></a></p>
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		<title>Cosa succede al mio corpo?</title>
		<link>https://reuflor.it/cosa-succede-al-mio-corpo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adminTatommi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jun 2022 09:22:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[QuiMamme]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando inizia la pubertà, il corpo cambia velocemente e, spesso, ci trova impreparati. Ecco i consigli dell'esperta per accompagnare il bambino in questa fase delicata.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Quando inizia la pubertà, il corpo cambia velocemente e, spesso, ci trova impreparati. Ecco i consigli dell&#8217;esperta per accompagnare il bambino in questa fase delicata.</p>
<p class="p1">A partire dai 10, 11 anni il corpo comincia a cambiare sotto l&#8217;azione degli ormoni che improvvisamente entrano in circolo. La transizione è molto evidente al bambino perché sul suo corpo ci sono chiari segnali che dicono che sta diventando un ragazzino: nei maschi si verificano il cambio della voce, la crescita del pene, dei peli e i brufoli, nelle femmine compaiono i peli pubici, le mestruazioni e il seno… Tutti segnali, prove concrete, del fatto che si sta traghettando verso il mondo degli adulti. <span class="s1">&#8220;</span><b>La gestione del corpo del bambino in questa fascia d&#8217;</b><b>età deve essere molto delicata”, </b>raccomanda <b>Marta Rizzi, </b>psicologa e psicoterapeuta. <span class="s1">&#8220;</span>Altrimenti il rischio è possano esserci ripercussioni sulla percezione di sé, sull&#8217;uso della propria immagine, ma anche problemi alimentari perché il bambino potrebbe sentirsi inadeguato, goffo, gonfio, ingombrante… È importante che in questa fase il genitore riesca a porsi come <b>supporto e accompagnamento, accettando per primo la nuova fase del figlio, </b>senza irrigidirsi, altrimenti questo potrebbe pensare che qualcosa non va”.</p>
<p class="p1"><b>Cosa pensano i genitori</b></p>
<p class="p1">Il cambiamento in questa fase è davvero repentino e i genitori potrebbero sentirsi un po<span class="s1">&#8216; </span><b>spiazzati </b>(<span class="s1">&#8220;</span>Il mio bambino è diventato grande tutto d&#8217;un tratto e io cosa faccio? Ora sarò inutile?”), anche di fronte a un corpo che inizia a sembrare adulto e a degli atteggiamenti del bambino che possono cambiare (<span class="s1">&#8220;</span>Con tutto quello che si sente in giro, non è che farà un uso del suo corpo scorretto?”, ma anche <span class="s1">&#8220;</span>Oh, oh, devo parlargli di sesso… e adesso come faccio?”).</p>
<p class="p1"><b>Cosa pensa il bambino</b></p>
<p class="p1"><b>Stupore, </b>un po<span class="s1">&#8216; </span>di smarrimento, talvolta <b>un po</b><span class="s1">&#8216; </span><b>di disagio </b>per un corpo che cambia e che non si riconosce più del tutto (<span class="s1">&#8220;</span>Cosa mi sta accadendo? Non mi va più niente… e poi cos’è questa ciccetta qui?”, ma anche <span class="s1">&#8220;</span>Mi sento brutto… e se non piaccio alle mie amiche?&#8221; oppure <span class="s1">&#8220;</span>Le ragazze mi guardano in modo diverso, cos’è successo?”).</p>
<p class="p1"><b>Come sentirsi tutti meglio</b></p>
<ul>
<li class="p1">Innanzitutto <b>accettare che il bambino è cambiato. </b>Quindi organizzarsi per fare una <b>corretta educazione all&#8217;</b><b>affettività e alla sessualità </b>per evitare che i ragazzini, con accesso a internet libero, possano accedere a informazioni e contenuti inadeguati e trarre delle conclusioni sbagliate. <span class="s1">&#8220;</span>In Rete il mondo del sesso viene spesso comunicato come violento o strumentale, in un modo cioè che non rappresenta la realtà”, spiega Marta Rizzi. <span class="s1">&#8220;</span>Invece deve passare un altro tipo di messaggio, che <b>il sesso è un atto di incontro </b>e che oltre al contatto fisico e al piacere prevede anche il rispetto e l&#8217;affetto reciproco. Sono temi che dobbiamo affrontare, in modo più o meno diretto: se capiamo che non ce la facciamo, per pudore, è bene delegare, ma a delle persone adulte, non a uno scambio di informazioni tra pari oppure a internet”.</li>
<li class="p1">Veicolare in modo chiaro il messaggio che <b>la propria intimità e quella altrui vanno sempre rispettate, </b>che il corpo non è uno strumento che deve essere accettato dagli altri, ma che è parte integrante di noi, che va valorizzato per le sue potenzialità e le sue risorse. In questo senso lo sport ci viene in aiuto perché per un ragazzino che si dedica a un&#8217;attività sportiva è più semplice vivere il proprio corpo correttamente, come un qualcosa che può essere potenziato e che permette di raggiungere obiettivi.</li>
<li class="p1">Lavoriamo sull&#8217;autostima, che implica anche il fatto di fare un <b>uso corretto della propria immagine sui social, </b>ricordandosi sempre che <span class="s1">&#8220;</span>virtuale è reale” e che non dobbiamo fare in rete quel che non faremmo nella vita reale.</li>
<li class="p1">Tentiamo <b>noi per primi di avere un buon rapporto con il cibo e con il nostro corpo. </b><span class="s1">&#8220;</span>Dobbiamo sempre ricordarci che come genitori siamo un modello: se non abbiamo un rapporto equilibrato e pacificato con il nostro corpo (e continuiamo a dire che dovremmo metterci a dieta, che siamo grassi) in qualche modo stiamo comunicando ai nostri figli che l&#8217;attenzione deve essere posta sull&#8217;aspetto estetico”, sottolinea l&#8217;esperta. <span class="s1">&#8220;</span>Quello che dovremmo cercare di fare, invece, è <b>valorizzare l&#8217;</b><b>unicità di ciascun fisico. </b>Piuttosto che far leva su ciò che è bello o brutto, fare leva su ciò che è ‘mio&#8217;, sull&#8217;armonia d&#8217;insieme del corpo”.</li>
<li class="p1">Quando ci parla del suo corpo in modo negativo o critico, evitiamo di ridicolizzarlo o di sminuire quello che dice. <span class="s1">&#8220;</span>L&#8217;argomento è molto delicato e va preso sul serio perché questo ci permette di metterci in ascolto e di tendere la mano per aiutarlo a <b>valorizzare le parti che gli piacciono di più o migliorare quelle che gli piacciono di meno”</b>, suggerisce Marta Rizzi. Attenzione, però: ai suoi occhi, non a quelli degli altri (e nemmeno ai nostri). Dobbiamo aiutarlo a capire che sta diventando grande e che <b>deve imparare ad accettarsi per quello che è, </b>puntando anche all&#8217;aspetto del carattere e a quello relazionale, a un altro tipo di accettazione sociale, che prevede l&#8217;inclusione delle differenze. <span class="s1">&#8220;</span>Siamo in una fase sociale di transizione nella quale ci stiamo aprendo alle differenze e alle unicità di ciascuno: tentiamo di cavalcare l&#8217;onda e di rinforzare molto questo aspetto, con l&#8217;idea che <b>le unicità dei singoli rappresentano un valore anche per la società”</b>.</li>
<li class="p1">Se ci accorgiamo che il ragazzino fa un po<span class="s1">&#8216; </span>fatica ad accettare il proprio corpo e a prenderne consapevolezza, possiamo pensare di iniziare un <b>percorso di mindfulness: </b>mente e corpo sono interconnessi e con un percorso di questo tipo è possibile conoscersi e prendere consapevolezza di sé anche attraverso sensazioni e segnali che il corpo ci manda.<span class="Apple-converted-space"> </span></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Articolo redatto in collaborazione con</em> <a href="https://quimamme.corriere.it/"><span class="s2"><b>Quimamme</b></span></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Ci separiamo, come la prenderà?</title>
		<link>https://reuflor.it/ci-separiamo-come-la-prendera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adminTatommi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 May 2022 09:45:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[QuiMamme]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://reuflor.it/?p=10869</guid>

					<description><![CDATA[La separazione non è una scelta facile quando in casa ci sono dei bimbi. Quando è inevitabile, però, bisogna trovare il modo giusto per dirlo ai piccoli e cercare di mantenere un comportamento sempre corretto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">La separazione non è una scelta facile quando in casa ci sono dei bimbi. Quando è inevitabile, però, bisogna trovare il modo giusto per dirlo ai piccoli e cercare di mantenere un comportamento sempre corretto. Ecco i consigli dell&#8217;esperta.</p>
<p class="p1">Quando due genitori si separano, non lo fanno mai a cuor leggero perché in gioco non ci sono sole le loro vite e il loro futuro, ma anche quello dei loro figli. “Può essere una scelta sofferta o meno, conflittuale o civile, ma sicuramente <b>è sempre una scelta faticosa e impegnativa, </b>che implica un passo importante, delicato, che ha delle implicazioni relazionali che vanno al di là del rapporto di coppia”, spiega <b>Marta Rizzi, </b>psicologa e psicoterapeuta. “Così come succede con l’arrivo di un fratellino, anche la separazione scombussola gli equilibri e mamma e papà si devono impegnare per trovarne di nuovi”. Specie quando in casa c’è un bambino tra i 6 e i 10 anni, che è già perfettamente in grado di capire e avvertire tutto quello che succede.</p>
<p class="p1"><b>Cosa pensano i genitori<span class="Apple-converted-space"> </span></b></p>
<p class="p1">Pur avendo deciso per la separazione dopo lunghe riflessioni, è inevitabile che i genitori provino un <b>senso di colpa o di dubbio </b>(“Non è che ora che ci separiamo gli togliamo qualcosa?”, piuttosto che “È colpa mia se tutto è finito? Forse dovevo provarci di più”). Ma può intervenire anche un <b>senso di fallimento e incertezza sul futuro </b>(“E ora come dobbiamo comportarci? Abbiamo fallito come coppia, non è che non siamo capaci nemmeno di fare i genitori? E se questo avesse dei risvolti negativi su di lui? Non è che non si sentirà più amato?).</p>
<p class="p1"><b>Cosa pensa il bambino</b></p>
<p class="p1">Come spesso capita quando i bambini non conoscono le ragioni di quello che sta succedendo, <b>potrebbe colpevolizzarsi </b>(“Se mamma e papà si lasciano, sarà stato a causa mia?”) piuttosto che avere delle <b>preoccupazioni legate all’amore dei genitori </b>(“Mi vorranno ancora bene o, se non stanno più insieme, si dimenticheranno di me? Sarò ancora importante per loro?”). La separazione è un cambiamento che per il bambino necessita di <b>continue rassicurazioni </b>per evitare che possa sovrapporre erroneamente la coppia di amanti alla coppia genitoriale. Le due cose, invece, sono ben distinte e il bimbo deve esserne consapevole.</p>
<p class="p1"><b>Come sentirsi tutti meglio</b></p>
<ul>
<li class="p1">Innanzitutto bisogna cercare di mantenere la lucidità, di <b>non essere arrabbiati e di non caricare di conflittualità la comunicazione </b>e la relazione con i nostri figli per evitare che sentano di dover prendere la parte di uno o dell’altro genitore. “Bisogna a tutti i costi evitare di criticare, umiliare e svilire il partner perché il rischio più grande che si corre è quello dell’<b>alienazione genitoriale, </b>cioè che in qualche modo si spinga il bambino ad allontanarsi dall’altro genitore, in modo più o meno esplicito”, raccomanda Marta Rizzi. “Pur non amando o stimando più l’altro, dobbiamo pensare che <b>rimarrà per sempre il genitore dei nostri figli. </b>Con il tempo, piuttosto, daremo degli strumenti ai figli per accorgersi da soli di alcune cose: mostrandogliele non li agevoliamo, anzi, rischiamo di appesantirli”.</li>
<li class="p1">È meglio che la <b>comunicazione della separazione venga data da entrambi i genitori </b>con parole adeguate all’età per spiegare in modo chiaro e veritiero cosa è successo, quale decisione è stata presa, quali sono le motivazioni e cosa avverrà dopo. “Il messaggio potrebbe essere che abbiamo bisogno di vivere separati perché abbiamo smesso di andare d’accordo o perché non ci amiamo più, ma che continuiamo a voler bene a lui, perché una cosa è la nostra coppia e un’altra siamo noi come mamma e papà. <b>Accertandosi, poi, che il bambino abbia compreso </b>e specificando che è una scelta avvenuta prendendosi del tempo, non impulsiva”, suggerisce l’esperta. E ricorda di non stancarsi mai di ripetere, rassicurare e sottolineare il più possibile che la decisione non dipende da lui, che non è il motivo o la causa della separazione perché questo gli permette di sollevarsi e alleggerirsi da delle colpe che magari erroneamente si attribuisce.</li>
<li class="p1"><b>Accogliamo ogni emozione del bambino senza giudicare </b>ed evitando frasi del tipo “non fare così, già sto male io, se ti aggiungi pure tu è ancora peggio”. Come spiega la psicologa, “il bimbo ha diritto, come tutti, di provare ciò che sente e deve avere la libertà di poterlo dire con la sicurezza di sentirsi comunque accolto. Nel cercare di tranquillizzarli, però, <b>evitiamo di nutrire false speranze </b>usando frasi tipo ‘poi si vedrà… ci siamo presi solo una pausa…’. Dobbiamo essere lucidi, chiari, realistici e coerenti con quello che sta accadendo, pur consapevoli che questo implica fatica e un investimento emotivo molto forte per noi adulti”.</li>
</ul>
<p>Se c’è un nuovo compagno accanto a uno dei due genitori, cerchiamo di chiarire subito che non sostituisce mamma o papà, che sono due cose ben separate. È bene <b>inserire l’altra persona in modo graduale, </b>accettando anche il fatto che il bambino possa essere disinteressato, soffrire e che non voglia accettarla: evitiamo di forzare e lasciamo, come sempre, che il tempo faccia il suo corso.<b></b></p>
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<p class="p1"><span class="s1"><em>Articolo redatto in collaborazione con</em> <a href="https://quimamme.corriere.it/"><span class="s2"><b>Quimamme</b></span></a></span></p>
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		<title>Arriva un fratellino! E adesso?</title>
		<link>https://reuflor.it/arriva-un-fratellino-e-adesso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[adminTatommi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2022 14:32:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[QuiMamme]]></category>
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					<description><![CDATA[Come dirlo? Quando? E se sarà geloso? Quando la famiglia si allarga, c'è grande emozione, ma anche qualche dubbio e timore. Ecco i consigli dell'esperta per accompagnare il primogenito in questo momento e fargli vivere al meglio l'arrivo del fratellino.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Come dirlo? Quando? E se sarà geloso? Quando la famiglia si allarga, c&#8217;è grande emozione, ma anche qualche dubbio e timore. Ecco i consigli dell&#8217;esperta per accompagnare il primogenito in questo momento e fargli vivere al meglio l&#8217;arrivo del fratellino.</strong></p>
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<p class="p1">Quando mamma e papà iniziano a pensare a un fratellino o a una sorellina, le emozioni nei loro cuori sono molteplici: entusiasmo, gioia, ma anche timore e agitazione… “La preoccupazione di quello che sarà, di come andrà, di come dirlo al primogenito e quando, è del tutto normale”, spiega <b>Marta Rizzi,</b> psicologa e psicoterapeuta <span class="s1">“</span>anche perché <b>ogni nuovo nato cambia gli equilibri  della famiglia</b> e richiede un riassestamento”. Quando il primo figlio è alla materna, non è abbastanza piccolo per non cogliere tutta la portata del cambiamento, ma nemmeno sufficientemente grande per viverlo senza sentirsi in qualche modo destabilizzato. È importante, quindi, <b>tenere bene a mente anche le sue emozioni,</b> per accompagnarlo al meglio in questa nuova fase della sua vita e aiutarlo a viverla serenamente, sentendosi sempre sostenuto e amato, così da coglierne tutti gli aspetti, anche quelli più belli e appaganti, per il suo presente e per il suo futuro.</p>
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<p><strong> Cosa pensano i genitori </strong></p>
<p class="p1">Quando c’è la certezza di aspettare un bambino, una delle cose che più <b>temono i genitori è di fare un passo falso:</b><span class="s1"> “</span>Come affronto la cosa? Meglio dirglielo o aspetto? Temporeggio fino ai 3 mesi oppure lo dico subito, anche se la pancia non si vede?”. Nonostante la gioia, è possibile essere un po<span class="s1">’ </span>ambivalenti in quello che prova (<span class="s1">“</span>Sarò in grado? Sono così felice di allargare la famiglia… ma sarò capace di gestire tutto?”) anche per il timore di privare il primo figlio di quell<span class="s1">’</span>amore incondizionato che ha vissuto fino a quel momento (<span class="s1">“</span>Non gli farò un torto? Ci rimarrà male? Forse si sentirà tradito…”).</p>
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<p><strong>Cosa pensa il bambino</strong></p>
<p class="p1">Dopo un periodo da figlio unico, in cui coccole e attenzioni non sono mai mancate, un bambino di 3, 4 o 5 anni potrebbe <b>temere di non essere più amato:</b><span class="s1"> “</span>La mamma è così felice per questo fratellino… ma non è che io non ci sarò più ai suoi occhi? Mi amerà ancora?”. A questa età, poi, potrebbe anche dirsi: <span class="s1">“</span>Tutti dicono che io sarò il grande, ma io mamma ho ancora bisogno di te”. Oppure sentirsi confuso: <span class="s1">“</span>Mi parlano di questo bambino che non c’è, io non lo vedo… mi chiedono se sono felice, dicono che è un regalo, ma io non so mica che cosa provo”.</p>
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<p><strong>Come sentirsi tutti meglio</strong></p>
<ul>
<li class="li1">Il primo grande dubbio, in genere, è come dare la notizia: ci sono varie correnti di pensiero, chi dice di aspettare e chi di condividerla subito. <span class="s2">“</span>Il consiglio è di <b>ascoltarsi e trovare il proprio modo</b> di affrontare la situazione”, suggerisce Marta Rizzi. <span class="s2">“</span>Non bisogna omologarsi per forza perché ogni condizione è unica, quindi dobbiamo trovare il nostro stile”. Poi ci sono alcuni accorgimenti di cui tenere conto, perché è un grande cambiamento per il primogenito e va gestito bene.</li>
<li class="li1"><b>Se abbiamo deciso di dirlo subito ad amici e parenti, non possiamo escludere nostro figlio</b> per paura che qualcosa non vada come previsto. <span class="s2">“</span>I bambini, a questa età, captano ogni cambiamento e dobbiamo mettere in conto che se qualcosa andrà storto affronteremo anche quel dolore insieme al nostro bambino. Se, invece, vogliamo preservarlo da questo, non dobbiamo dirlo a nessuno, altrimenti il rischio è che il bimbo lo viva come <b>un segreto da cui viene escluso”</b>, sottolinea l<span class="s2">’</span>esperta.</li>
<li class="li1">Cerchiamo di <b>parlare della gravidanza come qualcosa di naturale,</b> senza enfatizzarla con affermazioni esageratamente positive (“È un regalo per te”) o negative (<span class="s2">“</span>Quando nascerà, la mamma avrà meno tempo per te”). Non tentiamo di attribuire al bambino un vissuto che non ha, la comunicazione è una sola, che la famiglia si allarga.</li>
<li class="li1">Nella fascia d<span class="s2">’</span>età della materna, <b>il pensiero del bambino non è ancora così astratto da poter capire i tempi dell</b><span class="s2">’</span><b>attesa.</b> Dato che non ha un senso del tempo definito, dire che mancano 6 mesi non lo aiuta, anzi. Per aiutarlo a comprendere quanto tempo deve ancora passare e quanto è già trascorso, possiamo costruire un calendario ad hoc in cui mettere delle crocette oppure dargli dei <b>riferimenti ancor più concreti</b> dicendogli ad esempio che il fratellino nascerà quando arriverà il freddo, metteremo i cappotti e la sciarpa e poi arriverà Natale.</li>
<li class="li1">Gli spazi in casa andranno inevitabilmente ripensati per far spazio al nuovo nato. Per evitare che il maggiore viva il nuovo ambiente come privato di alcuni suoi giochi, bisogna <b>coinvolgerlo nelle scelte</b> dei colori, dei tessuti, degli arredi, così che anche lui sia e si senta protagonista di questo cambiamento.</li>
<li class="li1">Creiamo <b>un fotolibro che ritragga la gravidanza del primogenito,</b> in modo che possa vedere che tutto quello che sta succedendo ora, è già successo anche per lui: la pancia che cresce, la mamma che va in ospedale per la nascita, il rientro a casa, le poppate… “In questo modo sarà più facile capire che funziona così e che possa sentirsi anche lui protagonista della sua storia”, spiega la psicologa.</li>
<li class="li1">Cerchiamo di non responsabilizzarlo troppo, usando frasi del tipo <span class="s2">“</span>sarai tu il più grande” o <span class="s2">“</span>quando arriverà il fratellino, dovrai aiutare la mamma”: <b>anche lui è piccolo e ha dei bisogni di cui tenere conto,</b> ad esempio le attenzioni dei genitori. Piuttosto, lavoriamo sulle sue autonomie, rafforzando le sue abilità e le sue risorse, anche in vista del parto, quando ci assenteremo per qualche giorno, e di quando torneremo a casa e dovremo gestire due bambini.</li>
<li class="li1"><b>Per i giorni in ospedale, proviamo a organizzare qualcosa che lo faccia sentire importante,</b> un regalino, un piatto preferito, un<span class="s2">’</span>attività speciale da fare con i nonni,  in modo che non si senta defraudato dal nostro amore e che capisca che la nostra attenzione c’è ugualmente, anche se fisicamente non siamo con lui. Così facendo, si evita anche di innescare fin da subito un senso di fastidio e gelosia per il nuovo nato.</li>
<li class="li1">Una volta tornati a casa, ricordiamoci di <b>concedere al maggiore un tempo esclusivo, ma senza far passare il neonato come un intruso.</b><span class="s2"> “</span>L<span class="s2">’</span>idea che deve passare è che la famiglia si allarga”, raccomanda Marta Rizzi. <span class="s2">“</span>Avere un fratellino può essere faticoso, talvolta una scocciatura, e questo concetto possiamo restituirlo al bambino, magari dicendo <span class="s2">‘</span>anch<span class="s2">’</span>io vorrei giocare, ma devo allattare, non posso fare altrimenti<span class="s2">’</span>. È bene che <b>capisca fin da subito che il nuovo nato sarà un compagno di vita,</b> che non si è scelto, ma con il quale dovrà imparare a vivere e grazie al quale imparerà la tolleranza, l<span class="s2">’</span>attesa, la condivisione, il compromesso…”. Quindi, sì al tempo esclusivo, ma anche abituarsi fin da subito a vivere tutti insieme delle situazioni, ad esempio facendo un puzzle mentre si allatta. Mandando un messaggio chiaro e rassicurante: <b>posso dare attenzioni a entrambi, nello stesso momento, perché facciamo parte della stessa famiglia.</b></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p class="p1"><span class="s1"><em>Articolo redatto in collaborazione con</em> <a href="https://quimamme.corriere.it/"><span class="s2"><b>Quimamme</b></span></a></span></p>
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