sprim – Reuflor® https://reuflor.it Probiotici per la flora intestinale Wed, 02 Nov 2022 09:19:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.6.2 https://reuflor.it/wp-content/uploads/2022/05/cropped-favicon-32x32.png sprim – Reuflor® https://reuflor.it 32 32 Al nido, la socialità ritrovata https://reuflor.it/al-nido-la-socialita-ritrovata/ Thu, 30 Dec 2021 22:10:59 +0000 https://reuflor.it/?p=7524 È una bolla sicura per il bebè e rasserena i genitori. Che, lasciando il piccolo al nido, non solo lo affidano alle cure di mani esperte, ma gli garantiscono anche un contesto in cui socializzare. Ecco come accompagnare il bambino e gestire le emozioni di tutti.

 

Oggi più che mai, il nido rappresenta il contesto della socialità assoluta per i più piccoli, quello in cui risiedono le più alte aspettative dei genitori che, inevitabilmente, demandano agli educatori e al contesto il compito di far socializzare il loro bambino. Una socializzazione che non è solo gioco e divertimento, ma anche palestra per tutti i valori legati all’integrazione, alla condivisione, allo scambio, all’amicizia, al rispetto. Un luogo in cui il bimbo incontra l’altro, che però non lo ama incondizionatamente come mamma e papà, che deve imparare a conoscere nel tempo e con cui deve scendere a compromessi per trovare una via di incontro.

 

Il nido, la bolla del bebè

Il nido è il contesto in cui, dopo la casa, bimbi e genitori si sentono più tranquilli. Mamma e papà hanno la sensazione che essendo un gruppo chiuso e ristretto possa essere più sicuro, sia perché controllabile e prevedibile per il bimbo, sia perché frequentato da poche persone, tutte tracciabili. Per il bambino è la sua bolla, con pochi compagnetti con cui relazionarsi ed educatori che riescono a rispondere in modo più appropriato ai bisogni dei bambini.

Con un però. Gli educatori si presentano protetti da dispositivi di vario genere, mentre i piccoli sono liberi. “Se questo da un lato aiuta il bambino a cogliere la differenza tra lui e l’altro, importante per la sua crescita, dall’altro potrebbe creare una discrepanza tra senso di sicurezza e pericolo. Il piccolo, che sa di andare in un luogo sicuro perché a portarlo sono mamma e papà, vedendosi accogliere da persone bardate con vari dispositivi (mascherine, visiere, camici) potrebbe pensare di essere lui il pericolo da cui proteggersi”, spiega Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. “Senza considerare che, così vestiti, si potrebbe perdere buona parte del calore dell’accoglienza, indispensabile al nido, fatta di contatto, coccole, contenimento fisico e anche emotivo”.

 

Cosa pensa il bambino

L’ansia da separazione, in circostanze come quella attuale, potrebbe essere enfatizzata (“Mamma non lasciarmi”), anche dal vedere la mamma preoccupata (“Non ho ancora gli strumenti dentro di me per gestire le mie emozioni e la tua ansia diventa la mia”).

Quando, invece, il piccolo riesce a staccarsi ed entra nella sua bolla, trova finalmente un momento di interazione con l’altro e si mette totalmente in gioco, non come al parco dove ci sono dei limiti (“Questo è mio, ma può essere anche nostro!). Anche se le mascherine non aiutano: “Perché i grandi hanno tutte quelle cose addosso? Sarò mica pericoloso?”. Ma anche: “È bello stare con qualcuno come me: i grandi hanno le mascherine, ma anche gli altri bimbi come me non le hanno e questo mi rasserena”.

 

Cosa pensano i genitori

L’atteggiamento di mamma e papà è altalenante quando pensano al nido, un po’ di ansia (“Stando a contatto così stretto con altri bambini si prenderà qualcosa?”) ma anche una parziale serenità (“Almeno qui i bambini sono sempre gli stessi”). La consapevolezza di lasciare il figlio con qualcuno in grado di prendersi cura di lui nel migliore dei modi non sempre attenua il senso di colpa che, in questo momento, è accentuato dalla sensazione di non avere gli strumenti per poter valutare bene le situazioni, dall’incertezza generale e dal dubbio: “Sentirà la mia mancanza? Sono una madre pessima ad averlo lasciato”.

 

Come sentirsi tutti meglio

  • Impariamo a dare spazio alle emozioni e aiutiamo i nostri figli a fare lo stesso. Prendiamo l’abitudine di raccontare al bimbo la nostra giornata e le sensazioni che abbiamo provato, in modo che si educhi a una comunicazione emotiva e che, nel tempo, possa imparare a fare altrettanto. “All’inizio si può chiedere agli educatori cosa è successo durante la giornata per creare connessioni mirate e rendere il racconto, inizialmente guidato da noi, sempre più bilaterale”, suggerisce Marta Rizzi. “Aiutiamolo provando a interpretare i suoi stati d’animo per agevolare il rispecchiamento emotivo, facendo però attenzione a non lasciarci condizionare dal nostro sentire, ricordandoci bene che quello che proviamo noi non è quello che prova il nostro bambino”.
  • Ogni mattina, quando arriva il momento dei saluti, cerchiamo di essere calmi e sereni, di lanciare un messaggio chiaro: questo è il luogo sicuro che io ho scelto per te, qui puoi stare senza di me. No alle tensioni e alle preoccupazioni, sì a parole di conforto e di incoraggiamento.
  • I momenti in cui il piccolo fa più fatica a separarsi possono arrivare anche a inserimento più che consolidato. Se succede, proviamo a lasciarlo gradualmente, con l’aiuto degli educatori, riducendo gli orari per un po’ se è possibile, lasciando al nido un pupazzetto che sia un ricordo di casa, ma sempre dicendo la verità ed evitando trucchetti per lasciarlo e sparire all’improvviso. Se capiamo che sono le mascherine degli educatori e le regole del nido a metterlo in difficoltà, spieghiamogli che servono a far sì che quel luogo sia il più protetto possibile, per permettere a lui e ai suoi amici di ritrovarsi lì tutti i giorni al sicuro e non perché lì c’è un pericolo.
  • Negli ultimi tempi c’è una tendenza ad agevolare l’educazione outdoor che può essere di tipo integrato o integrale (rarissimo in Italia) per i numerosi benefici dimostrati: il contatto con la natura stimola e rafforza il sistema immunitario, lo sviluppo dei sensi, la scoperta dei propri limiti e delle proprie capacità attraverso il giro attivo e destrutturato. Momenti preziosi all’aria aperta che, ora, il bimbo fatica a trovare negli spazi esterni comuni, come il parchetto. “Se stiamo ancora selezionando una struttura, in fase di iscrizione proviamo a privilegiare contesti che prevedono anche un’educazione outdoor.
  • Una volta scelto il nido, poi, cerchiamo di essere sicuri della nostra scelta: se abbiamo il dubbio di non riuscire a garantire un tempo di qualità al bebè tenendolo a casa, il nido è la soluzione giusta. Meglio ridimensionare le nostre paure e non limitare il bambino”, conclude la psicologa.
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Sharenting, meglio perdere il vizio https://reuflor.it/sharenting-meglio-perdere-il-vizio/ Thu, 16 Dec 2021 14:56:09 +0000 https://reuflor.it/?p=7516 Condividere, confrontarsi, cercare supporto, restare in contatto… sono tanti e diversi i motivi per cui spesso si fa un uso eccessivo dei social, pubblicando le immagini dei più piccoli. Ecco perché è importante pensarci bene prima di farlo.

 

Il termine, relativamente recente, parla chiaro e nasce dall’unione del verbo “to share” (condividere) e dal termine “parenting” che si può tradurre “fare il genitore”. Individua cioè l’abitudine di alcuni genitori di condividere troppe informazioni, immagini in particolare, dei propri figli, fin da piccolissimi. Un fenomeno a cui si assiste ormai da tempo, ma che fin dall’inizio della pandemia ha avuto un importante incremento.

La spinta è stata quella di voler condividere il proprio quotidiano con gli altri, anche se ognuno chiuso nelle proprie abitazioni o affacciato al davanzale o al balcone. “Viviamo in un’era in cui tutti siamo in vetrina, anche senza volerlo, ma per i genitori, oggi, sembra proprio essere un bisogno, una necessità acuita dall’assenza del contatto e del confronto con altri neogenitori, che permette di condividere, sfogarsi e di sentirsi rassicurati e normali”, spiega Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. “Lo fanno principalmente in due modi: solo attraverso i social privati, per mostrare i traguardi del mio bebè o le cose buffe che fa, oppure pubblicandole anche su gruppi Facebook o altri spazi virtuali pubblici, ad esempio per chiedere un parere, a un medico o ad altri genitori, per qualcosa che è successo al suo bambino, per una macchiolina che è comparsa sulla pelle…”.

Nei due casi, però, i contenuti sono differenti: sul social privato si pubblicano immagini per ritrarre i traguardi del piccolo e condividere un’emozione positiva, allegra e gioiosa, ottenendo anche una gratificazione come genitore attraverso il consenso degli altri (i like), mentre sui gruppi o i forum si tende a mostrare il corpo, parti di un corpo, di intimità del bambino. “La maggior parte delle volte, infatti, si tratta di richieste di pareri dermatologici, con condivisioni di immagini di ogni tipo. Che ricevono, poi, pareri di ogni tipo: se i medici rimandano sempre a degli approfondimenti in presenza, gli altri utenti non lesinano interpretazioni, opinioni e consigli. Generando un moto emotivo enorme, da un lato e dall’altro, che mostra chiaramente quanto i genitori di oggi si sentano insicuri e soli e quanto abbiano bisogno di rassicurazioni e di approvazione”, sottolinea la psicologa.

 

Cosa pensa il bambino

Il bambino, nei primi mesi, anni di vita, conosce il mondo principalmente osservando il suo punto di riferimento, il genitore. Le nostre azioni, le emozioni che mostriamo, anche inconsciamente, vengono assorbite ed elaborate perché siamo un modello da emulare, una guida per il futuro. Cosa comunichiamo al bambino, allora, quando continuiamo a ritrarlo in foto e video per poi mettere tutto online? Quali potrebbero essere i suoi pensieri, il suo punto di vista? “È bello che tu voglia condividere con tutti la tua gioia per i miei primi traguardi e successi. Questo mi rende e mi fa sentire importante, ma… lo stai facendo con tutti, ma non con me. I tuoi ricordi di me sono per la maggior parte immortalati, cioè fotografati, però quanti li hai realmente vissuti con me?”.

Nelle fasi successive, crescendo, il bambino potrebbe anche pensare: “Tu stai raccontando qualcosa di me, ma mi hai chiesto il permesso? Non mi va che tutte le mie cose, anche quelle più intime, siano online. Hai pensato a quando sarò più grande, a quando qualcuno potrà anche prendermi in giro per queste immagini? Non sono un fenomeno da baraccone, io sono tuo figlio e devi rispettarmi”.

 

Cosa pensano i genitori

I genitori sono spaesati, soprattutto al primo figlio, e hanno bisogno di conferme e consensi, ma anche solo di informazioni, di cui sono assetati, e la Rete permette di riceverle con più facilità e velocità rispetto alla vita reale. Quali sono, allora, i pensieri che passano loro per la mente? “Mi sento solo, ancor più in questo momento di pandemia, e io ho voglia di confrontarmi con altri genitori, come posso farlo?”. Ma anche: “Sono orgogliosa di te e voglio mostrarlo al mondo. E nel farlo mi sento anche più adeguata, trovo confronto e approvazione sociale”.

A meno che il “mostrare a che età il bambino ha fatto” suoni molto simile alla “panchina del giardinetto”, dove mamme e nonni parlano di successi sempre più precoci, e al limite dell’inverosimile, in una sorta di crescendo competitivo aggravato dall’amplificatore dell’online, che rende tutto più intenso e surreale. In questo caso, invece di trovare conforto e sentirsi adeguato, il genitore rischia di sentirsi ancora più inadeguato.

 

Come sentirsi tutti meglio

  • Innanzitutto cercando di vivere al meglio, direttamente, quei momenti speciali che vorremmo fissare per sempre nella memoria: nel momento in cui li filtriamo con lo smartphone, di fatto ce li stiamo perdendo dal vivo. Resistiamo alla tentazione e godiamoci quello che accade da protagonisti, insieme al bambino, in modo che anche lui possa vedere il nostro viso, lo sguardo, e capire quanto ci emoziona e ci piace quello che sta facendo. “Quando succede qualcosa di bellissimo, coinvolgiamo anche il bambino per creare una memoria comune”, consiglia Marta Rizzi. “Diciamogli che è proprio un bel momento, che dobbiamo conservarlo nei nostri ricordi e facciamo un click finto insieme, per immortalarlo insieme nella memoria”.
  • Essenziale, poi, ricordarsi che come genitori dobbiamo essere adulti e fare un uso consapevole della Rete e di tutto ciò che ne consegue perché abbiamo la responsabilità dei nostri figli. Perché con la nostra immagine siamo rispettosi, quasi gelosi, e con quella dei nostri figli no? Proviamo a metterci nei panni dei piccoli e immaginare se ci piacerebbe essere ritratti nella stessa situazione e pubblicati online. Considerando anche che, nel momento stesso in cui le condivido, le fotografie diventano automaticamente pubbliche: basta che un amico faccia lo screenshot di una foto e la condivida con qualcun altro e può diventare virale. Non solo: dobbiamo prendere in considerazione che in Rete potrebbero esserci anche dei malintenzionati e che certe immagini potrebbero diventare contenuti pedopornografici. Stessa cosa per la tracciabilità; quando geolocalizziamo le foto, stiamo dando informazioni di noi e dei nostri figli. “Come genitori siamo un esempio per i nostri figli, un modello da emulare, per cui l’uso consapevole della Rete diventa ancora più indispensabile come aspetto valoriale da trasmettere e tramandare”, ricorda la psicologa. “Il rapporto futuro che avranno con l’uso della propria immagine dipende direttamente da quello che hanno appreso da noi. Un genitore che non ha filtri e pubblica qualsiasi cosa, comunica che è giusto dare importanza all’esibizione e all’immagine. Con il rischio che, focalizzando le immagini sui comportamenti del bambino, gli arrivi il messaggio che deve “comportarsi bene” per avere le attenzioni del genitore e apparire sui social.
  • Altro consiglio: se vogliamo davvero condividere per sentirci in contatto con altre persone, cerchiamo di non falsare la realtà. Se si desidera il confronto (e il conforto) con la rete di mamme, evitiamo di generare un senso di inadeguatezza negli altri, pubblicando e raccontando un mondo (o un bambino) perfetto, ma irreale. “Lasciamo spazio alle nostre sensazioni e al vissuto del momento che vogliamo condividere: così si crea una maggior connessione si livella il senso di inadeguatezza, per un’interazione diversa, più vera e sincera”, suggerisce l’esperta.
  • Attenzione anche a non far perdere il senso di realtà al bambino: “abbiamo la tendenza a dire ‘bravo’, a lodarlo, anche per le cose più banali, che per lui sono degli automatismi, azioni che vede fare anche a noi continuamente senza che nessuno ci elogi. Diamo il giusto peso alle cose, senza confondere i piccoli”, conclude Marta Rizzi.
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Mamma, giochi con me? https://reuflor.it/mamma-giochi-con-me/ Thu, 09 Dec 2021 10:35:24 +0000 https://reuflor.it/?p=7512 Pur lavorando in casa, il tempo per i nostri bimbi è pochissimo. Ma quando sono piccolini non possono capire perché non prestiamo loro attenzione. Ecco come trovare il giusto equilibrio.

 

In questo periodo molti genitori trascorrono la propria giornata lavorativa all’interno delle mura di casa. Senza, però, poter condividere più tempo con i propri bimbi. Anzi, a volte, accade esattamente l’opposto. Con il risultato che i più piccolini, nei primi tre anni di vita, si sentono ancor più disorientati rispetto a quando mamma e papà non ci sono. Perché ora, anche se lavorano da casa, sono sempre intenti a fare atro, incollati allo schermo del computer o di altri device.

“La situazione attuale ha portato per molti di noi una maggior condivisione dello spazio e del tempo, ma questo non significa che la disponibilità del genitore sia proporzionale: spesso fisicamente è presente, ma è inafferrabile, fumoso”, spiega Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. Con inevitabili riflessi negativi sull’autostima del bambino, che pensa di non essere importante e che vive la distrazione dei genitori come un atto di trascuratezza, sentendosi non ascoltato e nemmeno visto.

 

Cosa pensa il bambino

Quali sono i pensieri che attraversano la mente di un bimbo in una situazione come questa? Quali le sue emozioni? Se potessimo dare una voce alle sue emozioni, direbbe: “Che bello averti a casa, ma non capisco perché sei sempre davanti a quello schermo. Perché non mi guardi? Forse non sono importante o abbastanza interessante, anzi no, forse non valgo niente.” E ancora: “Mamma, ho bisogno, mi ascolti, mamma?”. Infine: “Perché tu puoi guardarla e io non posso nemmeno toccarla questa cosa che tanto ti piace, che cattura tutta la tua attenzione e a cui dedichi tanto tempo?”

 

Cosa pensano i genitori

Mentre mamma e papà si dedicano al loro lavoro da casa, non senza difficoltà organizzative e logistiche, non sono certo immuni da emozioni contrastanti, divisi tra il senso del dovere e il desiderio di prendersi cura del proprio bambino. Questi i loro pensieri: “Mi sento in colpa a essere distratta, ma non posso fare altro, devo lavorare. Tu sei lì da solo e hai bisogno di me, che brutta mamma che sono”. Fino ad arrivare a un vero e proprio disorientamento: “Non so come destreggiarmi, cosa devo fare? Io devo lavorare, poi ci sei che hai bisogno… cosa devo fare?”

 

Come sentirsi tutti meglio

  • Il primo consiglio, è tollerare il senso di colpa. “Non è facile, certo, ma è indispensabile”, suggerisce Marta Rizzi. “Dobbiamo tentare in ogni modo di ridimensionare il modello di mamma o genitore perfetto che ognuno ha. Ogni mamma è a sé, è l’unica vera esperta del suo bambino e, quindi, è diversa dalle altre proprio come diverso è il suo bambino. La mamma perfetta, multitasking, a cui non sfugge niente e che riesce a rendere sempre tutti felici e soddisfatti, non esiste”.
  • Se possibile, poi, sarebbe meglio prevedere un aiuto esterno, qualcuno che si prenda cura del bambino almeno per una parte della giornata, mentre noi stiamo lavorando. “Vanno benissimo una tata, i nonni, un nido, ma anche una collaborazione tra mamme, creando una sorta di microbolla familiare per supportarsi in questo momento”, raccomanda l’esperta. “Il bambino ha bisogno di tempo di qualità, di presenza attiva, di interazione e di condivisione, di un rispecchiamento emotivo e di segnali espliciti sull’adeguatezza o meno del suo comportamento per imparare a gestirsi e conoscersi”.
  • Quando si ha tempo, che si tratti di una pausa o della fine della giornata lavorativa, bisogna dedicare del tempo di qualità al bambino. Proprio come quando si stava lontani tutto il giorno e ci si ritrovava solo verso sera. Senza distrazioni, rimandando le telefonate con le amiche a quando il bambino dorme, evitando il più possibile di lasciarsi distrarre dai dispositivi.
  • Indipendentemente dall’età, poi, è importante comunicare ai bimbi che si è dispiaciuti, ma è lavoro e non si hanno altre alternative se non svolgerlo, che non dipende dal fatto che loro non valgano o non siano interessanti. “Si pensa che i piccolini non possano capire e tante volte ci si scorda di esplicitare le nostre emozioni”, sottolinea Marta Rizzi. “È vero che, magari, non riescono a decodificare tutto quello che vivono e che vedono, ma è bene iniziare a esplicitare fin da subito la realtà dei fatti, con parole semplici, perché è anche così che imparano.
  • Infine, bisogna trovare il modo per concedere, anzi restituire, in altri momenti quello che i bimbi perdono nel tempo in cui non possiamo stare con loro. “Sorridere più spesso, accarezzarli, incoraggiarli, dire ti voglio bene a più riprese, meglio però in momenti che non coincidano con una valutazione o un loro comportamento positivo, altrimenti saranno portati a legare il loro valore personale a un risultato”, conclude l’esperta.
  • Ricordandosi sempre, quando si sta con il piccolo, di avere un ascolto attivo: quando ci parla o ci mostra qualcosa, manteniamo un contatto visivo, occhi negli occhi, ripetiamo qualche parolina del suo racconto per fargli capire che lo stiamo ascoltando, guardare nella direzione in cui indica, fargli qualche piccola domanda sul gioco che sta facendo… piccole cose che possono però fargli sentire che ha tutta la nostra attenzione e che siamo lì per lui.
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I malanni invernali non sono tutta colpa del freddo https://reuflor.it/i-malanni-invernali-non-sono-tutta-colpa-del-freddo/ Fri, 03 Dec 2021 13:53:00 +0000 https://reuflor.it/?p=7508 “Copriti o ti beccherai una bella influenza!”. Quale mamma non ha pronunciato queste parole all’inizio della stagione invernale? L’idea che sia il freddo a provocare i tipici malanni di stagione non è del tutto scorretta, ma è sicuramente imprecisa: sono soprattutto i cambiamenti nel nostro stile di vita, come vedremo, ad aumentare il rischio di influenze e raffreddori. Quali accorgimenti mettere in pratica, quindi, per difenderci nel più efficace dei modi?

Aria fredda, neve, pioggia, vento: nessuno di questi è il vero responsabile dei fastidi più comuni destinati a tenerci compagnia da qui alla fine dell’inverno. Senz’altro l’abbassamento delle temperature mette sotto stress il sistema immunitario, ma ancor di più è la tendenza a rinchiuderci in luoghi chiusi e spesso affollati (negozi, supermercati ecc.) a farci ammalare: qui virus e batteri trovano l’ambiente perfetto per proliferare a diffondersi, anche grazie agli starnuti e ai colpi di tosse, immancabili in questo periodo dell’anno.

Parlando di luoghi chiusi, anche il riscaldamento artificiale negli edifici non aiuta: l’aria diventa più secca, e le mucose del naso meno efficienti nel bloccare l’ingresso di agenti patogeni nel nostro organismo. A questo aggiungiamo un minor tempo trascorso all’aria aperta, quindi una ridotta esposizione alla luce solare, grazie alla quale la pelle normalmente produce quantità adeguate di vitamina D – la quale contribuisce al funzionamento del sistema immunitario.

Come comportarsi, quindi? Prima di tutto è bene distinguere tra malanni causati da infezioni batteriche o virali: sono ancora troppe le persone che chiedono antibiotici “alla cieca”, senza realizzare che influenza e raffreddore sono il risultato di virus (rhinovirus e adenovirus primi fra tutti) – microrganismi del tutto immuni alle terapie antibiotiche. Un uso scorretto degli antibiotici, inoltre, può associarsi ad alterazioni della flora intestinale, oltre che a pericolosi fenomeni di antibiotico-resistenza, motivo per cui, a maggior ragione, è bene assumerli solo in caso di effettiva necessità e nel rispetto della posologia indicata foglio illustrativo.

Oltre a questo, alcune semplici abitudini possono certamente aiutarci a ridurre il rischio di incorrere in fastidiosi malanni:

  • Indossare sempre abiti adeguati evitando sbalzi termici bruschi
  • Areare spesso le stanze per evitare la formazione di aria “viziata”
  • Prestare massima cura all’igiene delle mani per prevenire i contagi da contatto
  • Seguire un’alimentazione equilibrata e ricca di frutta e verdura per garantire un apporto sufficiente di vitamine e minerali
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Ciuccio virtuale: no alle scorciatoie https://reuflor.it/ciuccio-virtuale-no-alle-scorciatoie/ Wed, 01 Dec 2021 15:52:38 +0000 https://reuflor.it/?p=7505 Quando il bimbo cerca attenzioni, ha bisogno di noi o sembra fuori controllo, la risposta giusta non è zittirlo mettendogli in mano lo smartphone. Ecco perché va assolutamente evitato e come affrontare questi momenti.

 

Anche se negli ultimi mesi i ristoranti sono stati a lungo chiusi, è facile ricordarsi di quanti bambini sedessero a tavola davanti al cellulare per evitare l’effetto noia e consentire ai grandi di intrattenersi più a lungo e senza troppe storie da parte dei piccoli. L’abitudine a mettere in mano un device ai bambini anche sotto i 3 anni d’età per farli stare buoni, effetto ciuccio/tappo, non è però venuta meno.

“Tra smart working, gestione della casa, telefonate per restare in contatto con il mondo, i genitori sono di fatto poco presenti. I figli, però, qualcosa devono fare. In particolare in questa fascia d’età, fino ai 3 anni, in cui è davvero improbabile che riescano a intrattenersi da soli con giochi e attività”, spiega Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. In questo momento la tv è meno protagonista perché spesso si trova nella stessa sala in cui il genitore ha la sua postazione di lavoro e il volume alto può rendere complicato concentrarsi o fare call.

 

No alla gestione in autonomia

È facile, allora, che mamma o papà finiscano per mettere in mano al piccolo uno smartphone o un tablet. “L’uso in autonomia di questi dispositivi, però, è rischioso”, sottolinea l’esperta. “Con i piccoli è facile pensare che non sia necessario mettere blocchi o controlli alla ricerca online di contenuti, dato che si è convinti che non abbiano consapevolezza delle loro azioni o la volontà di cercare qualcosa di sconveniente, inadatto. Ma è proprio questo il problema, perché schiacciando a caso possono comunque selezionare qualcosa che per la loro età non va bene. Anche senza pensare al peggio: con i più piccoli un contenuto può non essere adatto per i troppi colori, il rumore, la velocità delle immagini… alcuni cartoni sono troppo caotici e i bimbi non hanno strumenti per decodificarli in modo corretto”.

 

Non mettere in pausa i suoi bisogni

La tentazione di ricorrere al ciuccio virtuale, però, può essere forte anche fuori casa: al supermercato, in mezzo alla strada, quando bisogna mettersi sul seggiolino auto, quando è ora di venire via dal parchetto, sono tantissime le situazioni in cui il bambino può impuntarsi, fare i capricci, urlare a squarciagola e senza fine per esprimere in ogni modo il suo bisogno. Situazioni in cui il genitore, più nervoso, più teso, non è disponibile per accogliere quel tipo di richiesta, appesantita anche dallo sguardo degli altri, e decide di interrompere subito il tutto (capriccio e giudizio altrui) mettendo in pausa il bambino con lo smartphone.

Con tutti i riflessi negativi del caso. “Innanzitutto l’assenza del riconoscimento e della gestione delle emozioni del bambino, con tutte le frustrazioni che ne conseguono”, sottolinea Marta Rizzi. “Se induco il bambino a non tollerare l’attesa perché tutto arriva subito, lo spingo verso la ricerca della gratificazione immediata, che porta nel tempo a una vera e propria dipendenza da tutto ciò che la soddisfa”. Delegare i propri compiti da genitore a un oggetto, soprattutto nei momenti più faticosi, come mangiare, andare a dormire, insegna ai bambini a trovare la via più semplice, a non tollerare la fatica e l’attesa.

 

Cosa pensa il bambino

Ma che effetto ha questo tipo di situazione sul piccolo? Quali emozioni e pensieri lo attraversano? “I bambini più piccoli scoprono il mondo in due modi, attraverso il loro punto di riferimento oppure attraverso il loro corpo, i loro sensi”, spiega l’esperta. “Il primo pensiero potrebbe essere che quell’oggetto è bello, coinvolgente, con tanti colori, suoni e immagini, ma… è freddo, è liscio. Quella che offre un device, è un’esperienza sensoriale limitata, con la quale il bambino perde il valore causa-effetto che di solito riceve con il contatto diretto, concreto con le cose”.

Ma anche: “Sento dentro di me qualcosa, ma non riesco a capire di cosa si tratta, a gestirlo. Ho bisogno di te per capire cosa mi accade, ho bisogno di rassicurazione, di una tua parola, di un tuo abbraccio, non di essere distratto da questo coso, che usa sempre lo stesso linguaggio e tono, sia quando sono felice, arrabbiato o triste. Non è uno specchio adeguato alle mie intensità emotive”.

 

Cosa pensano i genitori

In situazioni di questo tipo, ancor più in questo momento di emergenza, i genitori si confrontano con una fatica emotiva e il desiderio di trovare la via più facile per risolvere il problema. Pensano: “In questo momento non ho tempo, non ho voglia, sono stanco, non riesco a star dietro a te, al tuo pianto, alle tue lamentele, alla tua noia”. Ma anche “Chissà cosa pensano gli altri quando urli per strada”. Fino a un vero e proprio senso di frustrazione: “ho voglia di stare per i fatti miei, ho voglia di vedere i miei amici, devo pulire casa e ti ci metti anche tu…questo è l’unico modo per farti stare fermo e buono”. Annullando la richiesta eccessiva del bambino, l’adulto pensa di aver risolto il problema o di aver reso felice il bambino, invece ha solo congelato la cosa.

 

Come sentirsi tutti meglio

  • Per prima cosa bisogna accettare che il ruolo di genitore comporti delle fatiche: nessuno ha mai detto che sarebbe stato semplice. Siamo responsabili di un’altra vita e di questa vita dobbiamo sentire anche il peso, lo spazio e la fatica, oltre alla gioia, alla condivisione, alla memoria e alla crescita comune.
  • “Secondo, il genitore deve mantenere la sua autorevolezza, senza essere autoritario. È essenziale che riesca a mettere confini e a stabilire regole, anche nell’uso di questi dispositivi”, raccomanda la psicologa. Che, come suggeriscono gli esperti, deve davvero essere ridotto al minimo e, sotto i due anni, addirittura evitato “Se lascio che il bambino abbia sempre accesso al device, in modo indistinto, senza regole e orari, quando glielo tolgo creo un vuoto, una sensazione che non riesce a comprendere, che non ha mai imparato a gestire e che nel tempo può diventare molto simile a una crisi di astinenza”.
  • Terzo: invece di cercare un modo facile per togliersi l’impiccio, meglio trovare qualcosa di adatto su cui concentrarsi, un’attività che includa il bambino e che gli comunichi che lui è importante per mamma e papà. Il modo più semplice è collaborare, fare delle cose insieme. Devo fare i mestieri? Trasformiamolo in un gioco, coinvolgendo il piccolo in modo che impari a sentirsi parte della cosa e utile. Con una piccola scopina, un ferro da stiro giocattolo o uno stendibiancheria mini, il tempo volerà. Allo stesso modo, se devo preparare da mangiare, lui può colorare sul tavolo della cucina, usare il didò o fare travasi con i semi…
  • Quarto, importantissimo, normalizzare: a tutti capita di avere bambini urlanti in strada, ma noi siamo i genitori e dobbiamo essere una figura di riferimento solida e sicura su cui il bambino possa contare. Per questo dobbiamo essere fermi e accoglienti, trovare le forze, il tempo e la tenacia da dedicare a questi momenti per rispettare lo stile educativo che ci siamo prefissati. Tollerando di non essere perfetti, di fare fatica, che possiamo essere tesi e avere i nostri pensieri, ma la vita è fatta di alti e bassi. Ai bambini questo messaggio deve arrivare, non può essere tutto piatto, e deve iniziare a sintonizzarsi sul sentire dell’altro per trovare poi un sentire comune.
  • Infine, riadattare i propri bisogni e quelli del bambino con dei compromessi. Ad esempio, invece di pretendere che il piccolo stia buono e calmo al tavolo di un bar per un aperitivo tra amici, senza annoiarsi e fare capricci, perché non organizzarsi con una borsa frigo e trasferire il tutto al parco, dove tutti (bimbi compresi) possano trovare il proprio spazio e divertirsi?
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Mamma, papà, che bello, siamo solo noi https://reuflor.it/mamma-papa-che-bello-siamo-solo-noi/ Fri, 26 Nov 2021 10:01:19 +0000 https://reuflor.it/?p=7501 Abbiamo trascorso un lungo periodo di isolamento e, anche ora che la situazione sta migliorando, tendiamo ancora a frequentare meno persone possibile.

 

Abbiamo trascorso lunghi periodi di isolamento e, anche ora che potremmo socializzare di più, tendiamo ancora a frequentare meno persone possibile. Una situazione difficile per tutti, certo, ma i neogenitori sono particolarmente preoccupati per i loro piccolini, perché temono che non siano sufficientemente sollecitati e stimolati in termini relazionali, che possano quindi diventare asociali, timidi, remissivi…

Si tratta, però, di timori legati a un supposto e presupposto bisogno di socializzazione nei primi anni di vita quando, soprattutto da 0 a 2 anni, il bambino non ha in realtà bisogno di socializzare come gli adulti intendono, ma di interagire con l’ambiente ed esplorare”, rassicura Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. “In questa fascia d’età, il bambino è molto rassicurato da eventi e volti che si ripetono perché questo gli permette di non investire troppe energie per interpretare, ogni volta, che cosa sta accadendo e di poter stare su di sé con tutta la libertà e la serenità che gli servono”. Se si interfaccia anche solo con mamma e papà, o anche con i nonni quando ci sono, il piccolo è meno affaticato e sollecitato, tutto gli appare più controllabile e prevedibile e si può godere se stesso insieme all’altro.

 

Un piccolo mondo, a misura di bebè

Prima del Covid, e soprattutto in passato, c’era una generale tendenza a lasciare il bebè in braccio ad altre persone, pensando così di abituarlo fin da subito a stare con gli altri, di non viziarlo, invece i piccoli, specie nel primo anno di vita, hanno bisogno di una base sicura, in particolare del contatto con la mamma. “Lo psicoanalista John Bowlby, padre della cosiddetta teoria dell’attaccamento, sostiene che il bambino nasce con una predisposizione biologica a sviluppare una relazione privilegiata con chi si prende cura di lui, che è fondamentale per il suo benessere psicofisico presente e futuro: quando il piccolo si sente accolto, in un ambiente noto, supportato, sorretto e protetto, è tranquillo e rafforza la sua sicurezza. Nel momento in cui le figure si moltiplicano, per il piccolo diventa difficile trovare i propri punti di riferimento e perde la possibilità di conoscere se stesso e l’altro sperimentano i benefici di una relazione esclusiva”, spiega l’esperta.

 

Cosa pensa il bambino

La minor interazione con figure esterne al nucleo famigliare, quindi, risponde di fatto a un’esigenza dei più piccoli di stare a stretto contatto con la loro figura di riferimento che, nei primi mesi in particolare, è la mamma. Esigenza che, per impegni lavorativi e organizzazione familiare, in epoca pre Covid, non sempre poteva essere assecondata.

Ora più che mai, quindi, i bebè non possono che pensare: “Sei la mia finestra sul mondo, sei la mia palestra, non ho bisogno di nessun altro. Tu pensi di essere poco, ma per me tu sei tutto. Se quando mi muovo e vado in giro mi guardi e sei tranquilla, io mi sento di poter esplorare e fare tutto quello che voglio serenamente”.

 

Cosa pensano i genitori

I neogenitori, resi ancora più insicuri dalla situazione generale e dalla mancanza di confronto con altri genitori, tendono a lasciarsi travolgere da dubbi e paure, soprattutto pensando ai possibili effetti collaterali futuri, quando il bambino crescerà. Per cui si domandano: “Non diventerà asociale? E se poi diventa mammone? Non è che a stare sempre con noi poi soffrirà di ansia da separazione? E se diventa viziato? Non è che poi farà mille capricci?”.

 

Come sentirsi tutti meglio

  • Per prima cosa gli adulti devono rivedere un bisogno che, di fatto, è più dell’adulto. I bambini hanno bisogno di noi, per cui stiamo con loro, semplicemente. Dopo 9 mesi, avvolti dal calore e dalla tranquillità del ventre materno, i neonati devono affrontare un cambiamento improvviso e netto. Per farlo, hanno bisogno del contatto fisico con i genitori, della mamma in particolare, per sentirsi di nuovo protetti, avvolti, sereni. “Proprio per sottolineare la continuità tra questi due momenti si parla di endogestazione, riferendosi alla gravidanza, e di esogestazione per indicare i primi 9 mesi dopo la nascita- In questo periodo il bebè deve staccarsi lentamente, stringendo una relazione esclusiva con noi, per poi prendere confidenza con l’esterno”, sottolinea Marta Rizzi.
  • Per accompagnarlo ai primi distacchi, si può iniziare tra i 6 e i 9 mesi a fare il “gioco del cucù” oppure a nascondere un pupazzetto sotto una coperta e poi mostrarlo nuovamente al piccolo per stupirlo, facendogli vedere che noi (e il giochino) siamo sempre lì, che siamo la sua base sicura a cui può sempre tornare, anche quando inizia a esplorare l’ambiente intorno a lui.
  • Per calmare, invece, le nostre ansie per le possibili ripercussioni future, la psicologa invita a un paio di riflessioni: le ridotte relazioni sociali di questo periodo favoriscono l’incontro tra generazioni, bimbo, genitori e nonni, che può creare e rinforzare nel piccolo il concetto di famiglia, senza distrazioni esterne. È un momento di condivisione importante, che mette le basi dell’eredità familiare. Ancora: nell’esclusività si ha l’opportunità di individuare e rispettare limiti e preferenze del bambino. Quando interagisce con tante figure, invece, ognuna “si porta via” un pezzetto e nessuna riesce davvero a trovare e individuare le ricchezze e le difficoltà su cui lavorare attraverso attività e stimoli mirati.
  • Ricordiamoci, inoltre, che intrattenere poche relazioni permette al bambino di allenarsi socialmente per creare delle relazioni stabili. Un esercizio importante, nel quale possiamo aiutarlo, concedendoci. Quando giochiamo con lui, dobbiamo essere coinvolti, davvero interessati: dato che hanno solo noi con cui relazionarsi, facciamo in modo che siano momenti di qualità. Anche per noi: il gioco diventa così un modo per conoscersi, conoscere le qualità e le peculiarità del nostro bambino, i suoi limiti, ma anche i nostri.
  • Considerato tutto questo, quindi, diamo tempo al tempo: non tentiamo di accelerare i loro tempi, rispettiamo le loro esigenze, soprattutto se mostrano disagio nell’allontanarsi da noi, magari finendo in braccio a qualcuno, anche in nostra presenza. E non pretendiamo di farli partecipare attivamente a videochiamate con amici e parenti nel tentativo di recuperare il tempo che, di fatto, non viene condiviso. C’è tempo perché nei bambini si crei e si rinforzi una memoria comune con l’altro, non dobbiamo avere fretta.di trovare tranquillità e rassicurazione in noi. Per farlo, a volte ricorre a dei vecchi comportamenti che, quindi, vanno accolti da mamma e papà.
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Andrà tutto bene? https://reuflor.it/andra-tutto-bene/ Fri, 19 Nov 2021 08:25:23 +0000 https://reuflor.it/?p=7495 Tutti, a qualunque età, siamo fatti di emozioni. Noi adulti, però, siamo lo specchio delle emozioni dei nostri figli, siamo il loro modello di emozioni e della loro gestione. Ecco come comunicare loro che, davvero, andrà tutto bene.

 

L’ultimo periodo è stato altamente attivante per tutti in termini emotivi, con fasi di up and down negli adulti che si riversano inevitabilmente sui figli: preoccupazioni per lavoro, per il futuro, per la salute delle persone che ci sono vicine e care… E così i genitori si ritrovano in crisi, cercando di controllare le proprie emozioni, preoccupati che il non saperle riconoscere e gestire possa avere dei riflessi sui figli e che il loro benessere psicoemotivo possa risentirne, nel breve e nel lungo termine.

 

Cosa pensa il bambino

“È un periodo che sta facendo da cassa di risonanza per gli stati emotivi, tutto è amplificato”, sottolinea Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. “I bambini, anche nella fascia 0-3 anni, sono delle spugne, hanno occhi (ma anche orecchie) attenti, costantemente vigili”. Ci osservano, ci ascoltano, e pensano: “Mamma, cosa ti succede? Cosa mi succede? Perché hai quello sguardo? Ho fatto qualcosa che non va? Ti sento tesa anche se mi dici che va tutto bene, cosa c’è che non va? Mi stai mentendo?”. Emozioni, tensioni, confusione possono anche tradursi in difficoltà ad addormentarsi o in numerosi risvegli notturni (“Non dormo perché non so cosa stia succedendo intorno a me”).

 

Cosa pensano i genitori

Mamma e papà si chiedono: “Andrà davvero tutto bene? Sono preoccupato, ma non voglio spaventarti. Devo essere forte, non devo piangere, non posso e non devo farti vedere che sono triste. Vorrei urlare contro il mondo che non ne posso più, ma mi trattengo e ti sorrido”. E se il loro piccolo dorme male, le preoccupazioni aumentano: “Perché non dormi? C’è qualcosa che ti turba? Ho fatto io qualcosa? Devo fare qualcosa e non me ne rendo conto?”.

 

Come sentirsi tutti meglio

  • Primo consiglio: non essere spaventati. Un genitore spaventato è altamente spaventante per il bambino, che perde la sua base sicura, il suo punto di riferimento e si sente la terra tremare sotto i piedi. Non basta dirsi che andrà tutto bene, dobbiamo crederci davvero, essere realistici e lucidi perché abbiamo la responsabilità dei nostri figli e di quello che possono percepire. “I piccoli si basano sul pensiero concreto, pratico, e a tutto ciò che è astratto tentano di dare spiegazione sulla base di esperienze vissute”, spiega Marta Rizzi. “Per questo tendono ad attribuirsi delle colpe se vedono mamma e papà tristi o arrabbiati, provando a fare dei collegamenti tra lo stato d’animo dei genitori e qualcosa che è accaduto, traendo conclusioni errate”. Così, se la mamma è preoccupata, rischiano di pensare che sia dovuto al fatto che si sono fatti la pipì addosso o, in generale, al loro non essere adeguati. Come evitarlo? “Dando il più possibile spiegazioni concrete e semplici, senza mentire, ma raccontando cosa sta accadendo. Anche se sono piccoli, non fingiamo, ma condividiamo emozioni e stati d’animo scegliendo parole adatte”, suggerisce l’esperta. “Non c’è emozione sbagliata o giusta, ci sono solo emozioni sgradevoli e piacevoli. Si può provare qualsiasi emozione e se ne può parlare: nessuno ci può giudicare per quello che sentiamo, può farlo semmai per il modo in cui la manifestiamo”. Attenzione, però, quando raccontiamo cosa stiamo provando, deve esserci coerenza tra quel che diciamo e quel che facciamo vedere: se sostengo di essere serena, non posso avere un tono di voce arrabbiato o traballante.
  • Molto importante, poi, distinguere ciò che è mio da ciò che è tuo: se io sono preoccupato, non devi esserlo anche tu e non sei per forza tu la mia fonte di preoccupazione; se io sono arrabbiato non devi esserlo anche tu e non sei per forza tu la causa della mia rabbia. “Va chiarito molto bene, soprattutto in questo periodo in cui è più facile perdere il controllo, perché il bambino non deve pensare di esserne la causa. Tutti sbagliamo, anche noi genitori, la differenza la fa il fermarsi, il capire che abbiamo fatto un errore e chiedere scusa”, raccomanda la psicologa.
  • E quando è il bambino a mostrare tensione o disagio? La cosa migliore da fare è empatizzare, per farlo sentire compreso e fargli capire che tutto ciò che sente è normale, raccontando che quella emozione l’abbiamo provata anche noi, così da garantire una sintonia e una comunicazione di fiducia. “In questa fascia d’età i piccoli non hanno le parole giuste per raccontarci quello che provano, per cui dobbiamo essere noi a dar voce a quello che sentono. Se li vediamo preoccupati, proviamo a ipotizzare una serie di motivazioni, ricordandoci che saranno diverse dalle nostre, che anche lui ha un mondo altro oltre a noi e che a turbarlo non dobbiamo essere per forza noi”, spiega Marta Rizzi. Mai sminuire o negare, con frasi del tipo “non è necessario piangere” o “non è successo niente”: il pianto non è mai immotivato, di per sé sfoga e alleggerisce le tensioni, proprio in termini fisiologici.
  • Quando sentiamo tensione nei bambini, però, evitiamo di accentuarla cercando cause e motivazioni che, in quel momento, non sono in grado di riconoscere, perché il loro cervello emotivo è come se fosse chiuso. Piuttosto conteniamoli fisicamente, usiamo un tono di voce basso e rassicurante, con frasi del tipo “capisco, mi dispiace, piano piano passerà, so che provi qualcosa di faticoso, è successo anche a me…”. Ci sono studi, infatti, che provano che la vicinanza fisica, il contatto di almeno 30 secondi con adulto calmo ha un effetto tranquillizzante sui piccoli.
  • Se si presentano improvvisamente risvegli notturni, crisi di pianto o regressioni da spannolinamento, il consiglio è osservare il bambino senza anticipare o problematizzare, accogliendolo. Lo psicoanalista John Bowlby dice che la base sicura è un porto in cui tornare, anche quando il mare è in tempesta: il bambino sicuramente sta attraversando un periodo difficile, di tensione, di stress, di attivazione e ha bisogno di trovare tranquillità e rassicurazione in noi. Per farlo, a volte ricorre a dei vecchi comportamenti che, quindi, vanno accolti da mamma e papà.
  • in cui trovare rassicurazione, coccole, protezione e calore. Uno spazio per il gioco di immaginazione, con travestimenti, stoffe e vecchi abiti che il bambino possa usare per il gioco simbolico, durante il quale esprimere tutto quello che vive e assorbe, ma che non riesce a tirare fuori a parole. Infine, uno spazio con libri e albi illustrati, per un momento di coinvolgimento e riflessione. “Gli albi illustrati, che lasciano grande spazio a immagini di qualità supportate da testi brevi e semplici, non hanno una morale, ma raccontano un quotidiano in cui il bambino riesce a rispecchiarsi. Per questo sono tranquillizzanti, perché è come se normalizzassero le varie situazioni”, sottolinea la psicologa. “Sono storie che il bambino può leggere in autonomia, grazie alle immagini evocative, ma in presenza dell’adulto la stessa storia si arricchisce e permette un momento di contatto e condivisione prezioso, anche per il genitore, che sullo spunto dato dalla storia può parlare di sé e di quello che prova”.
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Novembre ha i baffi: inizia il mese della salute maschile! https://reuflor.it/novembre-ha-i-baffi/ Mon, 08 Nov 2021 15:10:37 +0000 https://reuflor.it/?p=7460 Novembre è dedicato agli uomini: dopo un ottobre “in rosa”, incentrato sullo sviluppo della consapevolezza circa le malattie femminili, con l’inizio del nuovo mese prende il via il periodo dell’anno focalizzato sulla salute maschile e sulla prevenzione del tumore alla prostata, e durante il quale vengono sviluppate diverse iniziative per aumentare la consapevolezza su alcune delle malattie che silenziosamente ogni anno colpiscono gli uomini in tutto il mondo.

Tra le iniziative, menzione ad honorem, per originalità e temi trattati, non può che essere riservata a Movember (crasi dei termini “Moustache e “November), movimento globale nato nel 2003 da due ragazzi australiani e che oggi conta oltre 5 milioni di sostenitori, i “Mo Bro” e  le “Mo Sistas”.
In particolare, il movimento si è contraddistinto negli anni per la capacità di riuscire a raccogliere fondi, e di consolidare consapevolezza e prevenzione riguardo tumore della prostata, tumore del testicolo, salute mentale nella popolazione maschile, con un gesto semplice e simbolico: farsi crescere un paio di baffi, emblema di cura maschile e attenzione di sé.

“Cambiare la faccia della salute degli uomini”, questo il motto di Movember, che mira anzitutto ad aumentare il dialogo, la condivisione e la scoperta per diagnosticare precocemente la malattia.

Gli uomini, oltre ad avere una media di vita di circa 6 anni inferiore rispetto alla controparte femminile, sono significativamente più soggetti a sviluppare disagi psicologici.
Questo fenomeno è stato forse coadiuvato anche dalla presenza di un contesto in cui l’isolamento sociale non ha consentito di sviluppare confronti costruttivi. Per questa ragione la campagna di Movember 2021 mira a ridare il giusto spazio al dialogo, dopo un periodo di chiusura sociale forzato come è stato quello della pandemia.

Oltre alle problematiche mentali, il movimento non dimentica gli altri temi cardine continuando a supportare campagne di informazione e di divulgazione per contrastare lo sviluppo del cancro alla prostata e ai testicoli. L’impatto che queste malattie hanno sulla vita degli uomini non è marginale e, considerando gli attuali standard di vita, è previsto un aumento dei casi, o meglio un raddoppio dei casi entro il 2030, arrivando a 1,7 milioni di uomini colpiti.

Aumentare la consapevolezza collettiva e trovare soluzioni innovative per migliorare la qualità della vita sono fattori imprescindibili per poter parlare di equilibrio, uno dei pilastri che accompagnano da anni la filosofia del benessere. E allora perché non farsi crescere un paio di Baffi e parlare di più? Buon Movember!

 

 

Fonti: 

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Tempi, rituali e regole: la ricetta della serenità https://reuflor.it/tempi-rituali-regole-la-ricetta-della-serenita/ Mon, 08 Nov 2021 14:10:35 +0000 https://reuflor.it/?p=7457 Nel dover riorganizzare lavoro e famiglia per riuscire a far funzionare le cose nonostante tutto (pandemia compresa), spesso i genitori si dimenticano che i bimbini hanno bisogno di regole e routine.

 

Gli adulti, chiamati ad attivarsi su più fronti, soprattutto durante l’emergenza, spesso sono spaesati e confusi e chiedono ai bambini, anche piccoli, una collaborazione eccessiva per la loro età. Considerando le molte limitazioni imposte dalla pandemia e la necessità di riorganizzare tempi e spazi per riuscire a far funzionare lavoro e famiglia, poi, tendono a essere più permissivi, a cedere alle richieste più insistenti dei figli.

“In questo modo, però, si perdono di vista i reali bisogni dei bambini, che nei primi anni di vita vanno invece nella direzione opposta”, spiega Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. “I più piccoli hanno bisogno di avere una routine, di abitudini e rituali che scandiscano la giornata, in particolare per quanto riguarda sonno e alimentazione e ancor più nel periodo estivo, quando non hanno parametri legati alla luce per capire quando il giorno sta volgendo al termine”. Non solo, hanno bisogno di tempo il più individuale e personalizzato possibile. E di regole.

 

Aiutarli a scoprire il mondo

Un mix che permette loro di acquisire maggior sicurezza nell’esplorare un mondo in cui è tutto nuovo. Tenendo presente che gli strumenti che hanno a disposizione a questa età per conoscerlo sono proprio la routine, le regole e il pensiero concreto. “Noi abbiamo pensiero astratto e logico, i piccoli hanno pensiero pratico, che si basa su ciò che vedono e toccano: dobbiamo trovare il modo per contenerli, dando loro strumenti di sicurezza e prevedibilità”, sottolinea l’esperta. Che, parlando di regole, suggerisce di trovare il giusto equilibrio avendo a mente un’immagine: quando una casa ha dei muri troppo vicini tra loro, c’è inevitabilmente un senso di costrizione e di mancanza di libertà, ma quando i muri sono troppo lontani, tutto diventa dispersivo e confuso.

 

Cosa pensa il bambino

L’emergenza ha stravolto le nostre abitudini, sia fuori, sia dentro casa. Nella confusione generale, i piccoli ci osservano e pensano: “Il mondo mi sembra così immenso…che ora è? Cosa facciamo? Quando mangiamo? Ah ok, se si fa il bagnetto vuol dire che la giornata sta finendo”. Se siamo particolarmente nervosi e diamo indicazioni confuse, l’effetto è “Non riesco a starti dietro, non capisco cosa mi stai chiedendo”. Quando, per distrazione o insofferenza, gliele diamo tutte vinte, pensano: “Se mi dice sempre di sì, io mi sento perso.” O, addirittura: “Se posso avere tutto, io posso essere tutto. E se posso essere tutto, allora posso comandarti…aiuto, chi è che mi protegge?”.

 

Cosa pensano i genitori

Gli adulti sentono, ora più che mai, tutto il peso della limitata libertà (“Non posso rinunciare anche alla scansione della mia giornata, non ho più libertà se sto dietro a te. Perché non stai tu ai miei ritmi, perché devo rinunciare sempre io?”) e quando sentono di non avere più risorse per essere coerenti con il modello educativo desiderato, cedono (“Visto che non posso farti fare tutto ciò che vorrei, chiedimi ciò che vuoi e io ti accontenterò”).

 

Come sentirsi tutti meglio

  • Anche se è un periodo a dire poco unico, cerchiamo di impostare comunque una routine che dia ai bambini gli strumenti per controllare la loro realtà: risveglio, colazione, igiene, vestizione… una routine che dovrebbe essere il più possibile personalizzata, che sia mutevole e mutabile in base alle esigenze specifiche di ogni famiglia e di ogni bambino. “Ricordiamoci che ognuno ha il suo tempo. L’esercizio che dobbiamo fare è osservare come è composta la nostra famiglia e quali sono le specificità del nostro bambino e, su questo, sviluppare la nostra routine”, consiglia l’esperta. “Maria Montessori parlava di periodi sensitivi, che hanno un inizio e una fine, nei quali il bambino è predisposto a imparare e ad acquisire abilità. Il genitore deve osservarli, per assecondare il bambino e aiutarlo a sfruttarli”. Ad esempio, strutturando l’ambiente a misura di bambino in base alle fasi del suo sviluppo, riconoscendole per tempo per cogliere quali sono le sue necessità fisiche in quel momento e poterle assecondare.
  • Le regole devono essere il più possibile semplici, chiare e pratiche. Non dobbiamo usare parole vaghe (“prendi questo, quello”) o generiche (“metti in ordine”), ma molto specifiche in modo che il bambino capisca cosa gli stiamo chiedendo (“Prendi i cubotti e mettili nella scatola”). “Se l’ambiente è strutturato in modo razionale e razionalizzato, è più semplice”, assicura Marta Rizzi. “Piuttosto di una scatola di giochi, è meglio avere una scatola per i cubotti, una per le bambole, una per i puzzle…se i giochi hanno una loro collocazione precisa, è più facile per il bambino seguire le regole”.
  • Ancora un consiglio, impariamo a dire no. “Sono essenziali per i bambini. Senza, hanno la sensazione di essere onnipotenti e, se pensano questo, pensano anche che non ci sia nessuno in grado di proteggerli o di aiutarli quando le emozioni si presentano e questo, inevitabilmente, spaventa”, chiarisce la psicologa. I no devono essere decisi, ma non punitivi, utili alla crescita, quindi meglio evitare di avere il viso arrabbiato e parlare in modo chiaro, mettendosi all’altezza del bambino. Senza attingere a frasi del tipo “no perché sei piccolo” se non c’è reale motivazione per la restrizione, perché danno senso di inferiorità al bambino. Piuttosto mettersi a supporto, proporre al piccolo di farlo insieme. Per renderlo più accettabile, un no deve anche prevedere un sì in alternativa, ad esempio no al gelato, ma sì a un biscotto. Ricordiamoci, infine di mantenere sempre le promesse fatte, per creare fiducia tra noi e il bimbo.
  • morbido, in cui trovare rassicurazione, coccole, protezione e calore. Uno spazio per il gioco di immaginazione, con travestimenti, stoffe e vecchi abiti che il bambino possa usare per il gioco simbolico, durante il quale esprimere tutto quello che vive e assorbe, ma che non riesce a tirare fuori a parole. Infine, uno spazio con libri e albi illustrati, per un momento di coinvolgimento e riflessione. “Gli albi illustrati, che lasciano grande spazio a immagini di qualità supportate da testi brevi e semplici, non hanno una morale, ma raccontano un quotidiano in cui il bambino riesce a rispecchiarsi. Per questo sono tranquillizzanti, perché è come se normalizzassero le varie situazioni”, sottolinea la psicologa. “Sono storie che il bambino può leggere in autonomia, grazie alle immagini evocative, ma in presenza dell’adulto la stessa storia si arricchisce e permette un momento di contatto e condivisione prezioso, anche per il genitore, che sullo spunto dato dalla storia può parlare di sé e di quello che prova”.
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Me, l’altro e la mascherina https://reuflor.it/me-laltro-mascherina/ Fri, 05 Nov 2021 15:49:00 +0000 https://reuflor.it/?p=7449 Nei primi tre anni di vita il bambino si specchia continuamente nell’adulto per conoscere se stesso e il mondo. Come regolarsi, però, ora che la mascherina si frappone fra lui e gli altri?

 

Per formare la propria identità nei primi tre anni di vita il bambino utilizza il corpo e la relazione con l’altro. In epoca Covid, però, l’altro porta con sé un elemento in più, la mascherina. “Il piccolo, quindi, vede il suo corpo libero, senza dispositivi, rispetto a quello dell’adulto: una differenza che, da un lato gli permette di percepirsi come un sé distinto, dall’altro rappresenta un limite per il suo sviluppo perché non riesce a rispecchiarsi nell’altro, ad avere le rassicurazioni a cui è abituato a casa, proprio quando si ritrova fuori dal suo contesto sicuro, con più incognite e più imprevisti, e quel sorriso sarebbe di grande aiuto”, spiega Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta. Se nei primi 9 mesi, quando si parla di esogestazione, il bambino è ancora un unicum con la madre e con lei si sintonizza, dopo i 9 mesi è giusto che inizi a differenziarsi, con l’aiuto di mamma e papà e nel rispetto della sua individualità e della sua unicità.

 

Cosa pensa il bambino

I piccoli di questa fascia d’età, dai primi mesi fino ai 3 anni, si conoscono con e attraverso l’altro. Perciò in un contesto di questo tipo potrebbero pensare: “Wow! I grandi hanno questa cosa sulla bocca e io no…vuol dire che sono diverso da loro. Anche se quella cosa, mamma, non mi permette di capirti quando non siamo a casa. E poi, perché non mi sorridi quando siamo fuori?”. Ma anche: “Posso imparare solo se sbaglio, per favore lasciami fare”.

 

Cosa pensano i genitori

Tra adulti e bambini, in questo momento, c’è una sorta di disallineamento. Per questo mamma e papà pensano: “Ho paura quando tocchi in giro, vai e ti muovi, non voglio che tu ti faccia male, ti prego stai fermo”. Ancora: “Perché quando ti sorrido non mi rispondi come fai quando siamo a casa? Perché quando metto la mascherina me la vuoi togliere?”.

 

Come sentirsi tutti meglio

  • Innanzitutto, focalizzandoci sul corpo: il bambino deve potersi toccare e conoscersi attraverso il corpo. “C’è un gioco che si può fare: si mette un pallino di rossetto sul naso al piccolo e lo si mette davanti a uno specchio per capire il suo grado di individualità”, racconta Marta Rizzi. “Se, incuriosito, tocca lo specchio vuol dire che ancora non si percepisce nella sua immagine riflessa, se invece sii tocca il naso significa che ha un buon grado di individualità”.
  • Aiutare il bambino a capire che è diverso dall’altro gli consente di avere più sicurezza in sé e nelle sue competenze, presupposto che è la base dell’autostima. “Verso i due anni può essere utile incentivare il gioco simbolico, il fare finta di, l’inventarsi scenari e storie: mettiamo a sua disposizione una grande scatola con travestimenti, pezzi di stoffa o vestiti di mamma e papà, in modo che possa immedesimarsi in chi desidera e creare storie. In questo periodo, infatti, si sviluppa la teoria della mente, cioè la capacità di immaginare quello che fanno gli altri e il loro stato mentale, che poi è la base per sviluppare successivamente l’empatia”, sottolinea la psicologa.
  • Mentre il bambino sperimenta la sua individualità, poi, è importante riconoscere la sua unicità. “Se lo etichettiamo (sei un terremoto, un pasticcione, un fifone) di fatto lo limitiamo”, spiega l’esperta. “Il bambino è portato a tentare di aderire all’etichetta, a non permettersi di sperimentarsi in altro modo, ma a confermare le caratteristiche il genitore gli ha attribuito”. Meglio evitare anche paragoni con altre persone, con frasi tipo “sei tutto la mamma” o “hai gli occhi dello zio”, perché in questo modo non gli si riconosce che è unico.
  • Altro consiglio: non imitarlo, fargli il verso o ridere, magari quando inizia a parlare e usa parole storpiate, e non correggerlo, ne andrebbe della sua autostima. Se proprio sentiamo il bisogno di ripetere la parola (anche se in questo momento è ancora presto, non c’è un reale bisogno) non diciamo “no, non si dice così”, ma troviamo il modo di formulare una frase o una domanda in cui inserire la parola corretta. Mettiamoli piuttosto a loro agio, in modo che parlino liberamente.
  • Infine, dato che iniziano a sviluppare la propria identità esplorando, sperimentando, e per cui anche sbagliando, è indispensabile legittimare l’errore. Per cui non sgridiamolo, umiliamolo, o puniamolo se, nel tentativo di versarsi un bicchiere d’acqua, bagna ovunque. Piuttosto valorizziamo l’intenzione, diciamogli che solo provando può capire come si fa. E mettiamoci nei suoi panni per trovare un’alternativa adatta alle sue capacità, ad esempio procurandoci una brocca piccola, che può maneggiare meglio, e mettendo dello scotch colorato sul bicchiere per segnare il livello massimo. In questo modo può vedere il nostro entusiasmo, sentire il nostro supporto e acquisire più fiducia in sé.
  • Uno morbido, in cui trovare rassicurazione, coccole, protezione e calore. Uno spazio per il gioco di immaginazione, con travestimenti, stoffe e vecchi abiti che il bambino possa usare per il gioco simbolico, durante il quale esprimere tutto quello che vive e assorbe, ma che non riesce a tirare fuori a parole. Infine, uno spazio con libri e albi illustrati, per un momento di coinvolgimento e riflessione. “Gli albi illustrati, che lasciano grande spazio a immagini di qualità supportate da testi brevi e semplici, non hanno una morale, ma raccontano un quotidiano in cui il bambino riesce a rispecchiarsi. Per questo sono tranquillizzanti, perché è come se normalizzassero le varie situazioni”, sottolinea la psicologa. “Sono storie che il bambino può leggere in autonomia, grazie alle immagini evocative, ma in presenza dell’adulto la stessa storia si arricchisce e permette un momento di contatto e condivisione prezioso, anche per il genitore, che sullo spunto dato dalla storia può parlare di sé e di quello che prova”.
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